Grazie alla presa di parola di sex workers dentro e fuori NoNUnadiMeno nell’ultimo anno, dopo l’alleanza dei corpi putatransfemministaqueer lo scorso 25 novembre a Roma e la giornata alla Casa internazionale delle Donne a Roma sul lavoro sessuale, torniamo a cospirare e a costruire reti per la decriminalizzazione del lavoro sessuale e contro la divisione sessuale del lavoro e la messa al lavoro gratuita del genere.
Anche se è unanime la condanna della tratta e dello sfruttamento della prostituzione, persiste anche nei contesti femministi lo “stigma della puttana” o almeno la difficoltà ad andare oltre al dialogo tra femministe e prostitut*, per riconoscere le lotte che dagli anni settanta le/i/* sex workers hanno portato avanti in molti paesi come parte del femminismo e del transfemminismo.
Lo “stigma della puttana” è il ricatto del patriarcato all’autodeterminazione delle lavoratrici sessuali. La criminalizzazione, la violenza e l’infantilizzazione che subiscono le prostitute, operata da chi dice di volerle proteggere o salvare, non è solo un modo per ostacolare la loro autordeterminazione e la loro sussistenza materiale attraverso il lavoro, ma soprattutto per continuare a invisibilizzare e disconoscere il lavoro del genere che ci riguarda tutt*.
Lo stigma della puttana è un’arma del patriarcato contro tutte le donne e le persone femminilizzate. Sappiamo bene come anche nei lavori cosiddetti “normali” ci venga richiesto di mettere in campo la seduzione, la persuasione, la bella presenza, l’abbigliamento adatto ad appagare o a sollecitare le aspettative, il desiderio e le fantasie di clienti, committenti, colleghi, capi. Tutto questo non è un di più o un extra, ma parte integrante del lavoro, perché la relazione di cura/seduzione che si costruisce è parte del servizio che viene venduto. Queste prestazioni sessuo-affettive ci vengono imposte come qualcosa di dovuto, come espressione “naturale” del nostro genere. E’ per questo che parliamo di lavoro del genere. Che sia svolto gratuitamente nell'”intimità” della coppia o della famiglia, o in maniera semi-gratuita nel mercato del lavoro “salariato”, o stigmatizzato sul mercato dei servizi sessuali propriamente intesi, il lavoro sessuo-affettivo fa parte del continuum di quel lavoro di riproduzione che è socializzato come compito delle donne e delle persone variamente assegnate alla femminilità. Cosa succederebbe se questo lavoro obbligatorio, ma non riconosciuto e retribuito come tale, un giorno si interrompesse?
Se allarghiamo i confini di quello che consideriamo come lavoro sessuale, a tutta la performance sessuoaffettiva che ci viene imposta nel mondo del lavoro salariato e gratuito, possiamo passare da una posizione di alleat* e solidali con chi pratica il lavoro sessuale, ad una soggettivazione come corpi che tradiscono le aspettative di genere, praticando lo sciopero dai generi.
L’8 marzo, chi sciopera dal lavoro sessuale , riproduttivo e di cura insieme alle/ai/* sex workers lo fa non solo perché riconosce dall’esterno che anche il lavoro sessuale è lavoro, ma perché riconosce che anche il proprio lavoro è sessuale. Continua a leggere
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