Dom 13 Nov – Assemblea aperta del lab Smaschieramenti per la costruzione dello spezzone transfemminista queer

Il Laboratorio Smaschieramenti è nato a seguito della grande manifestazione contro la violenza maschile contro le donne del 24 novembre 2007 a Roma: una manifestazione alla quale gli uomini non erano stati invitati. Piuttosto che criticarla, allora abbiamo deciso di lasciarci interpellare da questa decisione: per questo abbiamo costituito un gruppo misto, formato da soggettività codificate come “donne” e soggettività codificate come “uomini”, con relazioni omosessuali, lesbiche e/o eterosessuali, che riflettessero a partire dai propri diversi posizionamenti sul privilegio maschile, sulla sua costruzione sociale e culturale e su come sabotarla.

Parlare di violenza maschile significa individuare un meccanismo che determina e condiziona continuamente le nostre esistenze. Non si tratta di un fenomeno isolabile dal resto, di un incidente di percorso, o soltanto di un cattivo comportamento da cui prendere le distanze: la violenza maschile sulle donne è parte integrante della nostra società e della nostra cultura, che vogliono tenere ben distinti due sessi e due generi  a sostegno del regime eterosessuale. Agli estremi di questo continuum della violenza ci sono la violenza fisica, lo stupro, l’uccisione.

Ma questo vuol dire che essendo tutte/i/*  implicat@, tutte/i/* abbiamo la possibilità di fare qualcosa per smontare un piccolo pezzo di quel grande sistema culturale che sostiene la violenza maschile contro le donne e contro chi trasgredisce i confini dei generi sessuali.

Dal 2008 ad oggi abbiamo contribuito a costruire una presa di parola e una pratica politica sempre più allargata delle soggettività transfemministequeer che ci ha portate a condividere la proposta del documento e la convocazione dello spezzone transfemminista queer nella manifestazione del 26 novembre a Roma.

Per discutere di tutto questo e costruire insieme lo spezzone transfemminista queer, invitiamo tutte/i/u alla nostra assemblea aperta, domenica 13 novembre alle 20 presso il Centro delle Donne, in via del Piombo 7.

Nel corso dell’assemblea sarà anche possibile acquistare i biglietti dell’autobus per andare a Roma il 26.

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26N: Per uno spezzone transfemminista queer al corteo nazionale contro la violenza maschile sulle donne

In moltissime parti del mondo – in Sud America, in Polonia, in Spagna – le donne stanno occupando le strade: femministe, trans*, sex workers, soggettività lgbtqi, tutt* insieme con i propri corpi e le proprie rivendicazioni, incrociano le braccia per dire basta ai femminicidi e alla violenza di genere e per affermare la propria autodeterminazione. Il prossimo 26 novembre, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne, si scenderà in piazza a Roma con un grande corteo nazionale al grido di “Non una di meno”vogliamo esserci come lelle, froce, trans*, puttane e terrone con uno spezzone transfemminista queer aperto a tutt* coloro che fanno della lotta alla violenza eteropatriarcale, all’eterosessualità obbligatoria e al binarismo di genere una priorità.

La violenza maschile contro le donne non deve e non può essere in alcun modo relativizzata. Allo stesso tempo, la nostra esperienza della violenza di genere mette in evidenza i nessi tra violenza maschile, eteronormatività e imposizione del binarismo di sesso-genere.
Come transfemministe queer siamo costantemente in lotta per costruire un mondo libero dalla violenza di genere, la cui enormità è davanti ai nostri occhi ogni giorno con un vero e proprio bollettino di guerra. Ma la violenza non è solo quella rappresentata mediaticamente, non è un elemento disfunzionale rispetto ai presunti normali rapporti tra uomini e donne, non è l’eccezione nel mondo etero-cis-patriarcale, ma è un fenomeno sistemico e strutturale. Al cuore di questa violenza ci sono l’eteronormatività e l’eterosessualità obbligatoria che producono un sistema di generi rigidamente binario, secondo il quale la propria “maschilità” o “femminilità” e i ruoli sociali dipenderebbero dal sesso assegnato alla nascita. In questa cultura, “maschile” e “femminile” sono generi costruiti come opposti, complementari e asimmetrici: tutto ciò che è “femminile” occupa un posto inferiore. Chiunque provi a ribellarsi alla norma che determina quale posto bisogna occupare nel mondo, che sia una donna che sceglie di lasciare il marito violento o un* adolescente che scappa da una famiglia che non le/gli permettere di scegliere liberamente come vivere il genere, la sessualità e i legami affettivi, viene colpit* dalla violenza di questo sistema, viene ricondott* all’ordine e, se continua a ribellarsi, uccis* o suicidat*.

Questa violenza ha una profonda radice patriarcale che cerca continuamente di reimporsi contro l’autonomia delle donne e i percorsi di autodeterminazione di tutte le soggettività che resistono all’eteronormatività e si ribellano al binarismo di genere: perché la matrice della violenza che colpisce le donne – cis, trans*, etero, lesbiche, queer, bi – è la stessa che produce la violenza contro tutte le soggettività che trasgrediscono la norma etero e cis, che si rifiutano di riprodurre la maschilità egemonica o di identificarsi come donne nonostante l’assegnazione alla nascita. Anche in questo senso, diciamo che la violenza di genere è violenza maschile: perché è prodotta dal funzionamento coerente della maschilità egemonica, che si costruisce come naturale e spontanea attraverso la delegittimazione e la repressione di ogni altra forma di mascolinità non normativa, non etero, femminile, lesbica, gay, trans*.
Non si tratta quindi di aggiungere altre soggettività alla lista delle vittime, ma di affermare che la violenza di genere è prodotta dalla violenza DEL genere, dall’imposizione di due sessi-generi normativi a sostegno dell’eterosessualità obbligatoria, all’interno di una cornice familista e riproduttiva. Questa violenza trova terreno fertile nella centralità sociale attribuita alla famiglia nucleare e alla coppia – intesa come unico luogo legittimo di realizzazione emotiva e di espressione dell’amore e al contempo come spazio eminentemente “privato” (“tra moglie e marito non mettere il dito!”)- e nell’immaginario dell’amore romantico: un immaginario che si nutre di senso del possesso, gelosia, esclusività, annullamento di sé e fusione simbiotica, isolamento nella coppia, non solo produce linfa per la violenza ma finisce anche per legittimarla.

In questo contesto, alla maschilità egemonica fa da contrappunto una femminilità normativa, a cui tutt* coloro che sono stat* assegnat* donne alla nascita sono chiamate ad aderire, prestandosi più o meno gratuitamente al lavoro di cura, affettivo e materiale e di riproduzione e naturalmente all’eterosessualità e alla maternità obbligatorie. Proprio a quest’obbligo ha tentato di ricondurci recentemente il fertility day, così come ci provano continuamente gli attacchi alla libertà di scelta (non) riproduttiva messi in atto dai cosiddetti obiettori di coscienza negli ospedali pubblici, che svuotando di fatto la legge 194 nel nome di un modello e un ruolo femminile destinato alla maternità, mettono a rischio non solo la libertà ma anche la vita stessa delle donne.
Non ci stancheremo mai di ricordare, inoltre, che la violenza del genere, agisce indipendentemente dalla provenienza o dalla cosiddetta “cultura” di chi la compie. Rispediamo quindi al mittente ogni lettura femonazionalista e omonazionalista della violenza contro le donne, che produce degli “altri” razzializzati (migranti, musulmani o terroni che siano), che proietta le proprie strutture eteropartiarcali su altre culture provenienti dal Sud, non solo in senso geografico, rappresentandole come meno “civili” e intrinsecamente violente, tradizionali o arretrate. Le narrazioni razziste della violenza strumentalizzano le nostre lotte per occultare il fatto che la violenza non è esterna e lontana, ma un elemento che struttura tutta la società e solidifica la comunità nazionale.

Contro la violenza del genere e di genere, contro la riproduzione della maschilità egemonica e la complicità con essa, come invito a ribellarsi anche alla femminilità normativa, vogliamo rilanciare la prospettiva dello sciopero dai/dei generi, come pratica di lotta quotidiana, di sottrazione dalle performance binarie dei ruoli di genere socialmente imposti.
Alla centralità sociale della relazione monogamica e all’immaginario romantico ci ribelliamo continuando a costruire e sperimentare molteplici forme di intimità, reti di affetti e di cura non centrate sulla coppia, perché gli affetti e le relazioni sono sempre un fatto politico, non solo quando diventano violente! Se è vero che la violenza di genere si riproduce anche dentro le relazioni non etero e queer, nella misura in cui abbiamo introiettato i codici egemonici e binari della coppia ruolizzata, nei quali siamo stat* cresciut*, risulta ancora più importante – contro ogni forma di etero e omonormatività – riaffermare il desiderio, la pratica e l’importanza politica delle altre intimità e delle forme di relazione e affetto alternative.
Crediamo che non sia possibile vincere la battaglia contro la violenza eteropatriarcale senza tessere fili di connessione tra di noi, senza leggere le intersezioni che ci sono tra l’essere donna, frocia, lesbica, trans*, queer, intersex, migrante, sex worker, terrona in una società maschile e maschilista, eterosessista e violenta, che cerca con ogni mezzo di incasellarci e ricondurci tutt* all’ordine, nelle case, sul lavoro, a scuola, per strada, nelle relazioni, nelle istituzioni e nei servizi pubblici.
Per questo, abbiamo deciso di costruire uno spezzone transfemminista queer alla manifestazione del 26 novembre, per creare lo spazio e il tempo per incontrarci, riconoscerci e posizionarci le une a fianco de* altr* nella lotta contro la violenza di genere. Perché chi ci vuole divise per disciplinarci ci troverà tutt* insieme a urlare furiose nelle strade e nelle piazze: NiUneMenos!

Per aderire, commentare, costruire insieme lo spezzone transfemministaqueer come singol* o come gruppo, collettivo, branco, s/banda, scrivi a transfemminista@canaglie.org

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Il genere secondo Atlantide

Il 9 ottobre sarà passato un anno dallo sgombero di Atlantide. Intanto arrivano degli avvisi di fine indagine per occupazione e danneggiamento a due compagne, individuate durante il percorso di confronto con il Comune di Bologna sul trasferimento di Atlantide in via del Porto 11/2: uno spazio tuttora vuoto e inutilizzato, così come il Cassero di Porta Santo Stefano. Come abbiamo denunciato a giugno dal palco del BolognaPride, è questo che accade nella “città della collaborazione” a chi dialoga con le istituzioni ma lo fa da una posizione autonoma, da pari a pari, e rivendicando l’autogestione.
Nonostante questo, Atlantide non è morta, ma è più viva che mai ed è ovunque. Il Centro di ricerca indipendente e l’achivio queer eccentrico che abbiamo voluto intitolare alla nostra indimenticabile compagna Alessandro Zijno lavora per conservare e diffondere i saperi che nascono dalle lotte frocie e femministe.

Il centro inaugura la sua attività proprio partendo dalla presentazione performativa di un libro scritto collettivamente, che è già un archivio del presente e una mappatura delle lotte TransfemministeQueer, delle teorie dal basso e dei saperi del movimento. Saperi che nascono e circolano nelle strade, nelle piazze, negli spazi autogestiti e che in piazza ritornano, per sottolineare che non c’è sussunzione dei saperi che possa neutralizzare le soggettività in lotta. E che il bisogno di spazi autogestiti e transfemministi queer è sempre urgente, anche per sabotare l’accademia e l’industria culturale neoliberali.

Come emerge dai contributi del libro, il campo e il potenziale di risignificazione e sovversione della categoria “genere” indica anche lo spazio di agibilità politica per le soggettività transfemministequeer schiacciate tra la controffensiva neofondamentalista da un lato e attirate dalle promesse del neoliberismo dall’altro. Nella resistenza contro sentinelle in piedi e nogender, che ormai possono ufficialmente vantare tra le loro fila papasanfrancisco, nella sottrazione al diversity management delle imprese gay friendly e nel rifiuto dell’omonazionalismo che arruola gay e lesbiche nella cornice nazionalista e islamofobica, si apre lo spazio di autodeterminazione che vogliamo materializzare nello spazio pubblico con la performance.

Abbiamo immaginato il centro di documentazione come un archivio dei sentimenti, dei saperi e delle pratiche politiche trans-femministe-frocie: uno spazio di intersezione tra attivismo e ricerca e di riflessione sulla loro relazione, perché vogliamo pensare all’attivismo come una forma di ricerca e alla ricerca come una forma di attivismo, e ad entrambe come pratiche incorporate e situate. Il centro sarà un luogo di critica alle forme di storicizzazione e di memoria, uno spazio di produzione di una genealogia del presente, una potenzialità sempre aperta di condividere saperi indisciplinati.
Il centro di ricerca e l’archivio queer prenderanno la forma che vorremo dargli collettivamente, per questo chiediamo a ognun* di portare in piazza un oggetto o un’idea che ritiene importante o necessario includere in un archivio pensato non per museificare o cristallizzare la nostra storia in una memoria inerme, ma per potenziare soggettività e lotte nel presente.

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sab 8 ott 16 – A un anno dallo sgombero di Atlantide…

…Saperi che nascono dalle strade, dalle piazze, negli spazi autogestiti e che in piazza ritornano…

A un anno dallo sgombero di Atlantide, il Centro di ricerca indipendente e archivio eccentrico transfemministaqueer “Alessandro Zijno” di Atlantide

invita tutt* alla performance-presentazione di piazza di

Il genere tra neofondamentalismo e neoliberismo (ombrecorte, 2016)

sabato 8 ottobre, dalle ore 16, in piazza di porta Ravegnana, Bologna

 

Porta un oggetto o un’idea per l’archivio! Maggiori informazioni sul blog di Atlantide R-esiste.

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*Indice del libro

*Intervista a Radio Città del Capo del 4/10/16

*Il comunicato l’Effetto Farfalla, del 10 ottobre dell’anno scorso.

Oltre che performativamente in piazza sabato 8, il libro sarà presentato anche venerdì 7 ottobre alla Libreria delle donne di Bologna.

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Il genere tra neoliberalismo e neofondamentalismo

a cura di Federico Zappino, Ombre Corte, 2016

Indice del volume: Continue reading

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Coltiviamo i nostri desideri contro il fertility day!

 

Fertility banner

GIOVEDÌ 22 SETTEMBRE, h. 17, sotto le due torri  Coltiviamo i nostri desideri contro il fertility day

LUNEDI’ 19 SETTEMBRE, h 20.30, Assemblea contro il Fertility Day e il “Piano nazionale per la fertilità” presso Palazzina delle donne, Via del Piombo 5.

 

Perché opporsi al Ferility Day? I motivi sono tanti, tantissimi.

Il Fertility Day insulta le persone, e in particolar modo le donne, che hanno scelto di non avere figli, che non possono averne o alle quali è capitato di non farne.

Il Fertility Day promuove un modello di vita obbligatoriamente eterosessuale, popolato di spermatozoi e ovuli che sembrano dotati di vita propria e che hanno il potere di determinare il destino e i ruoli dei corpi che li contengono.

Il Fertility Day veicola il messaggio che fare figli sia una sorta di dovere verso lo stato e la società, una necessità per tenere in piedi il sistema di welfare, e cerca di farci credere che se il welfare cade a pezzi la colpa è nostra e non delle politiche di austerity e del capitalismo.

Il Fertility Day drammatizza la preoccupazione medica per i problemi di fertilità, cercando di farla passare per una questione scientifica neutra quando in realtà ha scopi chiaramente politici.

Vogliamo dire in modo chiaro e determinato che:

– non è una questione di forma ma di contenuto. Al di là dell’orrenda campagna pubblicitaria, gli intenti del Fertility Day, ma soprattuto del Piano Nazionale per la Fertilità di cui questa disgustosa iniziativa fa parte, sono inaccettabili e li combatteremo in ogni ambito

– Rivendichiamo la gioia, la legittimità, l’orgoglio delle pratiche sessuali e delle scelte non riproduttive

– Vogliamo fare o non fare bambini se e quando ci pare

– La specie umana al momento non è a rischio estinzione, anzi minaccia l’ecosistema più di ogni altra specie vivente

– Vogliamo reddito, casa, welfare per poter autodeterminare le nostre vite, non necessariamente per fare bambini

–   Il peso della conciliazione lavoro-famiglia cade spesso sulle spalle delle donne, solo a coprire la totale deresponsabilizzazione dei padri e dello stato e a farci accettare il doppio lavoro senza protestare. Noi invece vogliamo lavorare meno ma lavorare tutt*

– Le supermamme che fanno i salti mortali per conciliare bambini e lavoro non hanno bisogno di qualcuno che dica loro quanto sono brave, lo sanno già! Rivendichiamo una divisione più equa del lavoro domestico e di cura fra uomini e donne, servizi efficienti e meno sfruttamento sul lavoro. Lavorare meno ma lavorare tutt*!

– Non è la modernità che ha spinto le donne fuori dalle case e dal ruolo obbligatorio di madre, come suppone il Piano Nazionale per la Fertilità. Sono state le donne che hanno lottato per uscirne e non vi si lasceranno ricondurre.

Il Fertility Day invita a farsi carico privatamente della propria salute sessuale come se questa iniziasse e finisse con una gravidanza. Per fortuna, la sessualità e il piacere sono mille cose in più.

In un paese in cui più del 70% del personale medico si rifiuta di praticare interruzioni volontarie di gravidanza con la scusa dell’obiezione di coscienza, in cui si multano fino a 10 mila euro le donne che abortiscono fuori da un ospedale pubblico, in cui la legge esclude i/le single e le persone omosessuali dall’adozione e dalla fecondazione assistita, continuiamo a lottare per l’autodeterminazione delle scelte riproduttive e affettive, continuiamo a costruire relazioni di affetto, intimità e supporto oltre la famiglia nucleare e a godere di tutti piaceri di cui i nostri corpi sono capaci.

Ci vediamo il 22 settembre in Piazza di Porta Ravegnana alle ore 17

Favolosa Coalizione

 

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Ciao Luki

lukiE’ vero quello che in tante e tanti hanno ricordato in questi giorni: Luki c’è sempre stata; l’abbiamo sempre vista, era impossibile non vederla, materializzava per tutte la potenza della visibilità lesbica nello spazio pubblico.

Partendo da posizionamenti apparentemente diversi abbiamo intrecciato e costruito insieme percorsi comuni, riconoscendoci e cambiandoci reciprocamente.

E’ l’attivista che da lesbica separatista ha saputo costruire alleanze con il movimento transfemminista frocio, contribuendo con le Fuoricampo Lesbian Group a momenti importanti di intersezione delle lotte come il coordinamento Facciamo Breccia, la rete putalesbotransfemministaqueer e la lunga resistenza di Atlantide.

Ciao Luki. Porteremo sempre con noi, nelle nostre lotte e nelle nostre vite, la tua forza, la tua determinazione e curiosità.

Questa mattina saremo insieme a tutte le altre per salutare Luki e stringerci intorno alle compagne che le sono state più vicine al Centro delle donne in via del Piombo 5 dalle 11 alle 14.

Le Atlantidee

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Siamo alla campeggia queer!

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Durante la mobilitazione per l’approvazione della legge sulle unioni civili, nella dichiarazione di indipendenza della Popola delle Terre storte che è straripata a Bologna il 21 maggio con la manifestazione “Veniamo ovunque”, nei Pride ufficiali e non, nella mobilitazione frocia contro il cemento e lo sfruttamento del lavoro portati dall’Expo, sempre più lesbiche, froci, trans* e transfemministe hanno portato in strada e sulla scena pubblica i bisogni che emergono dalle vite queer e precarie. I bisogni che la politica istituzionale non aveva previsto, pensando che ci bastasse poterci unire civilmente. I bisogni che il mercato vorrebbe farci dimenticare e calpestare, cercando di convincerci che la gioia è nel consumo e il merito è nella competizione sul mercato del lavoro, e che se non riusciamo a pagare l’affitto è colpa nostra, perché non ci sbattiamo abbastanza o non abbiamo ancora imparato a “valorizzare al meglio le nostre capacità”.
Non siamo soltanto uno spezzone più colorato e pazzo nei pride, non siamo l’ultima lettera di LGBTQ, non siamo l’ultima trovata radicale della sessualità dissidente, non siamo quelli che “vogliamo questo, ma anche quello”, e nemmeno la quota frocia dei movimenti antagonisti eterosessuali: questa onda queer nasce da reti di relazioni e di scambio, da uno spazio politico eterogeneo, sperimentale, articolato, orizzontale e sempre aperto, dal quale sappiamo vedere – perché lo viviamo sulla nostra pelle e nei nostri corpi – le connessioni fra l’eterosessualità obbligatoria, il razzismo, le frontiere, il neoliberismo, i tagli al welfare e le politiche di austerità, la precarietà e lo sfruttamento lavorativo, la riduzione degli spazi di dissenso e autorganizzazione politica dal basso, l’accettazione possibile ma sempre parziale, condizionata e paternalistica di gay e lesbiche nel novero delle persone perbene.
Non siamo ossessionate dal dire chi siamo. Ci interessa di più capire cosa possiamo fare insieme. Le forme di lotta che costruiamo vanno oltre la logica della vittoria\sconfitta, sono espressione dell’arte queer del fallimento: sperimentiamo così l’autorganizzazione di reti di neomutualismo, aprendo – per le strade e nei luoghi autogestiti – spazi di autodeterminazione e intersezione delle lotte. Al di là della speranzosa e futile attesa di un futuro troppo lontano in cui tutti i nostri problemi saranno risolti, contro i dispositivi di valorizzazione delle nostre diversità, vogliamo allargare il nostro margine di azione e di trasformazione qui e ora, nel nostro difficile presente, senza ringraziare per il premio di consolazione che ci viene propinato attraverso forme di riconoscimento normalizzanti.
Da tutte queste riflessioni nasce l’idea di pensare la campeggia transfemminista queer di quest’anno come un’opportunità di allargamento, di apertura intersezionale e non identitaria, di costruzione di relazioni e tessitura di reti di neomutualismo. La campeggia non è un festival queer, ma uno spazio di confronto politico che cerchiamo di mantenere sempre aperto, radicato nell’esperienza concreta di ciascun*, orientato alla costruzione di azione politica dal basso nelle forme più disparate, attento a includere anche persone che non fanno parte di gruppi nella loro città o che sono in condizione di viaggio/esilio/diaspora/nomadismo, e intervallato da momenti di convivialità, relax e frocianza balneare.
A partire dalle lotte che sono state portate avanti e dalle esigenze che da queste sono emerse, abbiamo pensato quest’anno di articolare la campeggia intorno a quattro temi interconnessi,e di dedicare a ciascuno di essi una giornata. Ci piacerebbe che gruppi e favolose individualità transfemministe/lelle/froce/queer che si sentono interpellate da questa chiamata e dalle tematiche proposte proponessero discussioni, workshop e quant’altro da inserire nelle varie giornate (per questioni logistiche il termine ultimo per le proposte è il 15 agosto).

 

Temi delle giornate

Martedì 30
accoglienza
in serata: plenaria introduttiva e autorganizzativa
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Mercoledì 31
ALTRE INTIMITA’ RELAZIONI QUEER
Vogliamo intessere una riflessione collettiva su come darsi una progettualità di vita decentrata dalla coppia, che metta al centro reti di affetto e supporto. A partire dalla politicizzazione delle nostre molteplici relazioni di intimità vogliamo costruire percorsi di lotta che scardinino la dicotomia privato/pubblico e che prevengano la violenza e l’isolamento.
Per ora la giornata prevede un workshop sulla violenza nelle relazioni queer e un workshop sul consenso.
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Giovedì 1
CONFINI-PINKWASHING-OMONAZIONALISMO
Vogliamo continuare a riflettere su pratiche di autorganizzazione che combattano la strumentalizzazione della violenza di genere e dell’omolesbotransfobia in chiave razzista e islamofoba, la corporativizzazione e commercializzazione delle politiche froce e la celebrazione omonazionalista della “civiltà” di un’Europa che si vanta di promuovere l’emancipazione femminile e il rispetto delle minoranze sessuali ma poi pratica deportazioni e respingimenti di massa. Vogliamo organizzarci per costruire un movimento che metta al centro la lotta contro le frontiere tra i territori e i generi.
Per ora la giornata prevede: un momento sul pinkwashing di Israele; un momento sulle esperienze e sulla costruzione di pratiche di lotta che possiamo mettere in campo contro i confini in maniera intersezionale; una discussione su pinkwashing aziendale e del diversity management e su pinkwashing istituzionale (vedi Renzi e PD dopo la Cirinnà o dinamiche dei Pride).
Per finire, giochi da spiaggia: froce senza frontiere
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Venerdì 02
LAVORO-NON LAVORO, PRECARIETA’, REDDITO, WELFARE, SALUTE
In un mare di precarietà dilagante, mentre la nostra favolosità è messa a profitto e i nostri bisogni sono usati per fidelizzarci e sfruttarci sempre di più e sempre meglio, vogliamo continuare a costruire riflessioni e strategie di resistenza e conflitto dentro e contro il lavoro. Inoltre, sullo sfondo della distruzione del welfare e della avanzata delle (bio)politiche di controllo dei corpi, vogliamo continuare a interrogarci sulla diffusa necessità di costruire una politica delle soggettività che parta dal corpo, dalla sessualità e del benessere in una prospettiva transfemminista e queer. Per questo vogliamo riprendere a parlare dei percorsi che si stanno creando intorno alle consultorie queer (https://consultoriaqueerbologna.noblogs.org; http://www.fuxiablock.org/tag/queersultoria/).
Per ora la giornata prevede la prosecuzione del lavoro già iniziato dal tavolo accademia/attivismo (https://sommovimentonazioanale.noblogs.org/post/2015/07/28/attivismo-e-accademia-activism-and-academia/) e della discussione su e organizzazione delle pratiche di sciopero dei/dai generi (https://sommovimentonazioanale.noblogs.org/post/2014/11/13/sciopero-sociale-sciopero-dai-generi-dei-generi/)
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Sabato 03
PRATICHE
Sentiamo il bisogno di continuare a re-immaginare e costruire stili della militanza e pratiche politiche che ci corrispondano pienamente. Vogliamo arrivarci attraverso una riflessione su safety e cura e su ciò che consideriamo conflitto, ma anche sulle pratiche decisionali e le relazioni di potere che si possono instaurare nelle nostre reti.
Per ora la giornata prevede: un workshop sulle dinamiche di potere nei collettivi politici e una discussione sulle pratiche che ci vogliamo dare come movimento transfemminista frocio. La discussione sarà sulle pratiche nello spazio pubblico, non solo pratiche di piazza, ma anche di autorganizzazione, mutualismo, socialità diversa che mettiamo in campo. Vogliamo ragionare su come non ci siano pratiche simboliche, performative vs. pratiche conflittuali, e su come la performatività sia presente in qualsiasi pratica politica. Vogliamo mappare e discutere insieme esperienze nostre o altrui per ampliare il nostro ventaglio di pratiche transfemministe queer da utilizzare nelle nostre lotte.
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Anche se non saranno tra i focus di questa campeggia l’ANTIRAZZISMO, l’ANTIFASCISMO, l’ANTISESSISMO, l’ANTISPECISMO sono forme teoriche e di attivismo che la attraversano e su cui singolarità, collettivi e il sommovimento stesso si sono per diversi aspetti impegnate. I contributi e le soggettività che si rifanno a questi posizionamenti sono benvenute.
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La RESPONSABILITA’ del buon andamento della campeggia sul piano dell’organizzazione, del lavoro riproduttivo (cucina, pulizie), delle relazioni e della discussione politica è di tutt* e di ciascun*.
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La QUOTA di partecipazione non è il “prezzo” del nostro sgangherato pacchetto vacanze ma la cifra indicativa che ciascun* dovrebbe versare in media per coprire le spese di vitto, alloggio e logistica. Chi può permettersi di dare di più è pregato di farlo, chi non può permettersi questa cifra lo segnali nella mail di iscrizione. La campeggia avrà un bar interno dal quale speriamo di ricavare una somma sufficiente a venire incontro alle necessità di tutt* ed eventualmente rimborsare parte delle spese di viaggio a chi ne avesse bisogno.
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Il Pride non è la Festa del Ringraziamento

Il Bologna Pride di quest’anno cade in una strana transizione di governo della città. Il piano liscio della apparente continuità “democratica” è stato infatti irrimediabilmente increspato dai precedenti cinque anni di amministrazione e la nuova giunta non può dunque sperare che il consenso ottenuto con gli appelli al voto di “paura” in chiave anti-leghista, peraltro piuttosto tiepido, possa avere effetti duraturi.
Crediamo che alcuni posizionamenti espressi in seno all’associazionismo nell’ultima fase della campagna elettorale siano espressione di una comprensibile necessità di conservare spazi di agibilità politica per la comunità LGBT e femminista in questa città e che questo la dica lunga su quanto i processi di ristrutturazione delle forme del potere in senso autoritario stiano invece restringendo il nostro campo d’azione.
Giova certamente, quindi, ricordare e ricordarci ancora una volta che quegli spazi, simbolici e materiali, mai ci sono stati concessi, ma che sono invece stati conquistati in decenni di mobilitazioni e di lavoro politico e sociale, di tutti e di tutte.
Il governo della città e del paese non può dunque aspettarsi “riconoscenza” e “gratitudine” eterna e incondizionata di donne, gay, lesbiche, trans*  per un “riconoscimento” temporaneo e condizionato attraverso atti minimali e da lungo tempo dovuti.

Il tentativo di costruirsi un’immagine gay-friendly giocando al ribasso sulle nostre vite attraverso la legge sulle unioni civili, infatti, non regge di fronte ai molteplici piani di esclusione che il “mercato” del riconoscimento, direttamente o indirettamente, porta con sé. Continuano infatti a non avere “cittadinanza” non solo tutte quelle forme di relazione e affettività che viviamo e che non riproducono il modello della famiglia eterosessuale, ma anche i figli e le figlie delle coppie omosessuali. Rimangono escluse le masse di froce lesbiche e trans precari*, ipersfruttat* o disoccupat*, le cui vite anche affettive e sessuali sono distrutte dalla mancanza di casa, reddito, tempo libero dal lavoro, di spazi di socialità e di soggettivazione politica non commerciali/non istituzionali. Vengono continuamente ostracizzate le froce, lesbiche trans* migranti che insieme a tutt* coloro che provano ad entrare nella fortezza europa o a camparci decentemente, vengono deportat*, perseguitat*, marginalizzat*, anche con la scusa della difesa di una presunta “civiltà” dalla “barbarie”.
Ma come non siamo disposte a lasciare che la nostra lotta contro eteronormatività e sessismo venga strumentalizzata dalla destra neofondamentalista per alimentare razzismo e islamofobia, non siamo nemmeno disposte a mostrare gratitudine per i tentativi neoliberali di includerci in un sistema che produce violenza e miseria.

Nello sconsolante panorama italiano, segnato da un discorso pubblico pesantemente omofobico, da una grave “arretratezza”, sia sul piano dei diritti civili LGBT, sia su quello della giustizia sociale, le campagne pubblicitarie costruite da alcune aziende in favore delle “nuove famiglie”, hanno infatti avuto grande visibilità nel recente dibattito sulle unioni civili. Un posizionamento ammiccante che è stato salutato da molti come coraggioso e autentico, quasi fosse disinteressato, tanto che nessuno si è azzardato a definirlo per quello che è: una pratica di pinkwashing aziendale che propaganda un’immagine dell’impresa favorevole alle diversità di genere e sessualità per ottenere un ritorno in termini di vendite e per ripulirla da altre pratiche molto meno presentabili rispetto al mantra della responsabilità sociale: quelle che rendono sistematico lo sfruttamento del lavoro precario con turni massacranti, la partecipazione alla speculazione finanziaria e lo sfruttamento dell’ambiente sociale e naturale.

Al premio di consolazione rappresentato dalle promesse di riconoscimento di progetti di vita privati, di talenti e competenze individuali, o di progetti collettivi in cambio della loro trasformazione in impresa o servizio, noi continuiamo a preferire il lusso della critica ai dispositivi di valorizzazione capitalistica di tutte le soggettività e continueremo ad opporre i legami di solidarietà e affetto e la sperimentazione di reti di neomutualismo che emergono dall’autogestione e dall’autorganizzazione transfemminista queer.

Per questo non smetteremo di aprire spazi, fisici e politici, per radicare i percorsi di lotta e autodeterminazione di gay, lesbiche, trans* e, al tempo stesso, continueremo a debordare e contaminare lo spazio pubblico: spazi fisici come Atlantide, che abbiamo abitato per molti anni, spazi politici di contaminazione del discorso pubblico, come le reti che abbiamo contribuito a costruire, dalla Favolosa Coalizione al Sommovimento nazioAnale. Spazi e percorsi di autonomia transfemminista queer ai quali anche il governo di questa città ha scelto di rispondere con muri e sgomberi, tentando di ridurne il portato sociale e politico a una questione di ordine pubblico.
Per questo, non ci sentiranno ringraziare per quello che ci siamo orgogliosamente conquistate, non ci vedranno festeggiare le briciole concesse con le unioni civili, ma continueranno, piuttosto, a vedere la propria faccia sbattuta sui loro stessi muri.

Le Atlantidee

L’appuntamento per chi vuole concentrarsi e partecipare con noi e la Favolosa Coalizione al corteo del Pride è per domani, sabato 25 giugno, al Parco del Cavaticcio, entrando dal cancello di via Azzo Gardino, dalle 14.30 in poi!

bricole

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VeniamoAlDunque

Sabato pomeriggio la prima manifestazione nazioAnale transfemminista queer autonoma dal titolo “Veniamo Ovunque” – che il sindaco di Bologna aveva pubblicamente chiesto di impedire – ha turbato la normalità di questa città-vetrina non solo per le parrucche colorate e i corpi sessualmente anomali, ma soprattutto perché diceva cose “oscene”: gay e lesbiche che non dicono grazie per le briciole di riconoscimento che gli sono state concesse, che nemmeno chiedono il matrimonio, che piuttosto vogliono la dote; che non parlano contro le discriminazioni sul lavoro ma contro il lavoro; che vogliono costruire consultorie per la gestione della propria salute e non essere utenti paganti e normalizzati; che si schierano con i/le migranti e rifugiat*, contro le deportazioni e contro chi cerca di farci credere che il sessimo e l’omofobia siano minacce portate da chi viene da “fuori”. Oscenità che abbiamo escogitato e maturato negli ultimi quattro anni nella rete del SomMovimento nazioAnale, formata da collettivi e singole/i/u provenienti da svariate città, e che ha contaminato una molteplicità di percorsi. Abbiamo attraversato lo spazio pubblico con una manifestazione totalmente autorganizzata che ricorda a tutt* che senza casa, senza reddito, lavorando in condizioni di sfruttamento e precarietà, con l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza gravemente minacciato, con la privatizzazione della sanità, con gli sgomberi degli spazi di autogestione, socialità e iniziativa politica transfemminista e frocia nessun* è veramente libera di amare, di scopare, di autodeterminarsi. Insieme a noi c’erano realtà cittadine e singole/i unite dall’intersezionalità delle lotte e dal bisogno di spazi di socialità e di sessualità liberata, di autogestione e autonomia.

Lungo il percorso, abbiamo scelto di occupare una parte della stazione di via Zanolini perché è un luogo che un po’ ci assomiglia. Perché è un nodo di una rete di incroci tra persone che fanno regolarmente un pezzo di strada assieme, ma è anche uno spazio di incontri imprevisti, che spesso sono proprio quelli che riescono a essere costituenti di nuove possibilità. Perché è una terra di mezzo, già desertificata dalla speculazione edilizia, della quale (quasi) nessuno sembra volersi prendere cura.

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