E’ on line il blog del B-Side Pride – Solidarietà queer nella pandemia

Tutte le iniziative di solidarietà frocia nella crisi Covid promosse da Smaschieramenti insieme ad altre realtà queer bolognesi le trovate sul blog del B-Side Pride.

Pane Paillettes e connessione, il crowdfunding per sostenere le persone LGBITQ in difficoltà economica nella crisi Covid, la Scuola di lingue e intercultura queer, approfondimenti e molto altro….

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Resistenza Arcobaleno: la lotta de* attivist* LGBTQ in Polonia contro la repressione post-elettorali

💄Update: A Varsavia, Margo, leader del gruppo di attivist* LGBT Stop Bzdurom, è stata arrestata e condannata a 2 mesi. È stata organizzata una manifestazione spontanea, severamente repressa dalla polizia violenta. Decine di manifestanti sono stati arrestati (circa 40).

Qui un resoconto (ENG) dettagliato sulla situazione attuale da Critic Atac, ecco la traduzione in italiano:
🌈6 agosto 2020
Resistenza Arcobaleno: la lotta de* attivist* LGBTQ in Polonia contro la repressione post-elettorali
 
Solo un giorno dopo che la Commissione elettorale nazionale polacca ha annunciato il presidente in carica Andrzej Duda come vincitore del ballottaggio, un’attivista #queer è stata arrestata a Varsavia. Secondo i testimoni l’arresto di Margo è sembrato più un rapimento perché agenti di polizia senza uniforme l’hanno ammanettata con l’uso della forza e l’hanno trascinata fuori dall’appartamento della sua amica. Fa parte di un collettivo queer Stop Bzdurom che utilizza l’azione diretta per contrastare la persistente campagna di disinformazione rispetto alla comunità #LGBTQ, all’educazione sessuale e alla giustizia riproduttiva. Negli ultimi anni, l’incitamento all’odio omofobico e transfobico è diventato una risorsa politica standard in un paese che ha ottenuto il vergognoso status di stato più omofobo nell’Unione europea. Le/i/* queer sono diventat* il nemico pubblico numero uno in Polonia.
Mentre l’ungherese Victor Orbán mobilita sentimenti xenofobi contro rifugiati e rom, i conservatori polacchi hanno scommesso sulle minoranze sessuali come perfetto capro espiatorio in tempi di incertezza sociale ed economica. Con le elezioni che si sarebbero svolte nel bel mezzo della pandemia del Covid-19, la campagna presidenziale di Duda era piena di retorica anti-LGBT. Ha promesso che impedirà l’insegnamento delle questioni relative alle persone LGBT nelle scuole e ha messo in guardia contro la cosiddetta “ideologia” LGBT in quanto più distruttiva del comunismo. Le sue stesse dichiarazioni, come “LGBT rappresenta un’ideologia, non un popolo” sono state ampiamente criticate come disumanizzanti. Tuttavia, prese alla lettera, rivelano anche l’alta valenza delle formule semplicistiche offerte dalla mobilitazione diffusa contro l ‘”ideologia gender” amorfa e multifunzionale.
Armando i media pubblici controllati dallo stato per la campagna presidenziale, il partito al potere ha costantemente rappresentato la comunità LGBTQ come una minaccia imminente e straniera verso i valori familiari tradizionali polacchi. Nel frattempo, anche la Chiesa cattolica polacca ha demonizzato la minacciosa “ideologia LGBT” per distogliere l’attenzione dallo scandalo della pedofilia tra i suoi ranghi. Nell’agosto 2018, l’arcivescovo di Cracovia, Marek Jędraszewski, ha pubblicamente denunciato la “peste arcobaleno che affligge il Paese: non marxista, bolscevica, ma nata dallo stesso spirito, neo-marxista. Non rosso, ma arcobaleno.” Il profondo anticomunismo alla base di tali dichiarazioni fatte da funzionari pubblici e rappresentanti della Chiesa cattolica rimane incontrastato nel contesto politico polacco, polarizzato tra le aree liberali e conservatori che condannano univocamente il comunismo come regime totalitario. Prima che Law and Justice salisse al potere, il governo centrista-liberale di Civil Platform si è concentrato sul mantenimento dello status quo per il bene delle riforme neoliberiste, senza preoccuparsi di contestare l’egemonia della Chiesa cattolica, il tradizionalismo familiare, la misoginia, l’omofobia e la transfobia e fornendo un terreno fertile per la radicalizzazione nazionalista. Inoltre, un’agenda anticomunista funge da filo rosso (sic!) che collega vari attori locali e internazionali investiti nella guerra contro “l’ideologia del gender”, un nemico inafferrabile che all’occorrenza si trasforma facilmente in “ideologia LGBT”.
Oltre allo stato #nazionalista e alla Chiesa cattolica, una rete di organizzazioni non governative ultraconservatrici è diventata prominente nell’orchestrare attacchi contro la comunità LGBTQ in Polonia. Le accuse contro Margo sono state presentate dalla Fundacja PRO Prawo do życia (Fondazione PRO per il diritto alla vita), un gruppo attivo nella campagna contro l’aborto. Recentemente, questo ente fondamentalista GONGO (organizzazione non governativa organizzata dal governo) si è reso responsabile della redazione di un disegno di legge intitolato “Stop Pedophilia Act” che proponeva di criminalizzare qualsiasi forma di educazione sessuale (una materia praticamente inesistente nelle scuole polacche). Come parte della loro campagna per raccogliere firme nell’ambito di questo sinistro progetto di legge popolare, che non ha nulla a che fare con la lotta alla pedofilia, la Fondazione ha inviato furgoni coperti di slogan omofobi e armati di altoparlanti. I furgoni percorrono diverse città polacche e diffondono messaggi d’odio e falsi sull’omosessualità. È importante notare che il percorso legale per combattere un caso così ovvio di incitamento all’odio in uno spazio pubblico è stato consumato senza successo . Il 27 giugno, uno di questi “homopho-bus”, come hanno iniziato a chiamarli gli attivisti, si è fermato di fronte allo squat di Varsavia “Syrena”, con la chiara intenzione di disturbare un raduno che si stava svolgendo lì. In risposta a questa provocazione, diversi attivisti hanno prima cercato di scacciarli, e alla fine hanno verniciato a spruzzo l’auto e tagliato le gomme. Dall’arresto di Margo, i membri della Fondazione si riuniscono regolarmente davanti a “Syrena” con i loro striscioni omofobi e rosari per “pregare via i gay”.
La Fondazione PRO è uno dei numerosi gruppi ultraconservatori attivi nella vita pubblica polacca. Inoltre, fa parte di un più ampio movimento fondamentalista religioso transnazionale riunito sotto l’organizzazione ombrello “Tradition, Family and Property” (TFP) che all’inizio degli anni 2000 ha iniziato a trattare l’Europa orientale come una nuova frontiera per costruire una nuova società civile di destra. Una proliferazione di gruppi locali affiliati e think tank sta dietro la campagna contro la Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla violenza di genere in Ungheria, il referendum del 2013 sulla definizione costituzionale del matrimonio in Croazia, un’iniziativa simile per definire la famiglia come unione tra un un uomo e una donna nella costituzione rumena nel 2013, 2016 e 2018, e bloccando la legge sulle unioni civili in Estonia fino al 2016, tra molti altri esempi.
Nel suo ultimo libro This is War. Women, Fundamentalists and the New Middle-Ages, la giornalista investigativa Klementyna Suchanow rivela le complesse dipendenze economiche e istituzionali che legano le varie organizzazioni di destra e religiose, monitorando la loro crescente influenza politica dal Brasile, attraverso gli Stati Uniti e la Russia, all’Europa. In Polonia uno dei principali attori affiliati al TFP è un “gruppo di esperti” legale, “Ordo Iuris”, che fa parte di Agenda Europe, rete di advocacy europea estremista-cattolica che vuole “ripristinare l’ordine naturale” bloccando o smantellando le infrastrutture politiche sui diritti riproduttivi e sessuali. Ordo Iuris è responsabile della stesura della legislazione per vietare completamente l’aborto, che alla fine è stato ritirato dopo le proteste di massa, e della Convenzione sui diritti della famiglia che dovrebbe essere un’alternativa alla Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla violenza di genere. Oltre alle campagne legislative e alle pressioni politiche, rappresentano anche individui e gruppi come la Fondazione PRO durante i processi, fornendo supporto legale agli estremisti religiosi per testare in sicurezza i limiti delle libertà democratiche. Una delle loro strategie è quella di appropriarsi del discorso sui diritti umani e mascherare obiettivi omofobici e transfobici con il pretesto di politiche a favore della famiglia. In questo spirito è stata presentata la “Carta dei diritti della famiglia” è stata presentata ai governi locali alla fine del 2019 come modello meno controverso per dichiararsi “LGBT-free zones” (zone libere da LGBT) dopo l’ondata di risoluzioni anti-LGBT avviate dai consiglieri di Law and Justice nel marzo dello stesso anno.
Con la più alta affluenza elettorale dal 1995 al 68,18%, le elezioni con ballottaggio hanno lasciato il paese polarizzato. La notte delle elezioni Duda ha fatto un maldestro tentativo di calmare le emozioni distruttive che aveva mobilitato durante la sua campagna. Si è scusato con coloro che si sono sentiti offesi dalle sue parole negli ultimi cinque anni della sua presidenza e negli ultimi mesi. Più tardi, quando gli è stato chiesto se si pente dei suoi attacchi contro la comunità LGBTQ, ha risposto che tiene fede alle sue precedenti dichiarazioni. Sebbene questa apparente dichiarazione di cessate il fuoco sia stata letta come un segno di una possibile sospensione della retorica anti-gender all’indomani della vittoria, la campagna d’odio continua. Il 25 luglio il ministro della giustizia, Zbigniew Ziobro ha annunciato che la Polonia si ritira dalla Convenzione di Istanbul perché il documento contiene “elementi di natura ideologica”, riferendosi alla definizione di genere come socialmente costruito. Allo stesso tempo, il suo ministero sta finanziando un progetto di un altro fondamentalista GONGO intitolato “Combattere i crimini contro la libertà di coscienza sotto l’influenza dell’ideologia LGBT”. Pianificato per gli anni 2020-2023, mira a eliminare le “nuove ideologie di sinistra” dallo spazio pubblico polacco utilizzando le disposizioni legali esistenti sull’offesa dei sentimenti religiosi. Questo nuovo progetto è un perfetto esempio di quanto velocemente la rete dei gruppi fondamentalisti religiosi risponde alle azioni artistiche e attiviste e di quanto siano ben collegati alle strutture governative.
 
Sembra che l’arresto di una giovane attivista queer sia stato deliberatamente rinviato dopo i risultati delle elezioni. Grazie all’intervento della Fondazione Helsinki per i diritti umani, Margot è stata rilasciata dopo aver passato la notte in detenzione con l’accusa di teppismo. Il 30 luglio attivist* queer hanno poi orgnaizzato un’azione di issaggio di bandiere arcobaleno e maschere per il viso rosa su diverse statue iconiche attraverso Varsavia come invito ad una maggiore mobilitazione contro la crescente ondata di omofobia e transfobia. Pochi giorni dopo Margot e altr* due attivist* sono stati arrestati in relazione a questa azione. Dalla repressione contro attivist* queer, città e province che si dichiarano libere da “ideologia LGBT”, ripetuti attacchi alle sedi principali delle ONG LGBTQ, ai brutali attacchi contro i cortei dei Pride, compreso un fallito attentato a Lublino l’anno scorso, questa non è mai stata una guerra solo sui simboli. Quando i famigerati “omofobi” annunciano dagli altoparlanti che “gli omosessuali vivono vent’anni in meno”, questo non è nemmeno un altro fatto pseudo-scientifico, ma qualcosa che diventa una triste realtà in un paese dove il tasso di suicidio tra i giovani queer sta aumentando. Nel frattempo, mettere un simbolo di amore e tolleranza sulla statua di Gesù Cristo in via Krakowskie Przedmieście a Varsavia è stato commentato come una “barbarie” ed una “profanazione” dal primo ministro Matuesz Morawiecki, e come una “provocazione inutile” dal presidente dell’opposizione candidato Rafał Trzaskowski. Se da un lato i liberali polacchi condannano le forme più pesanti di omofobia, dall’altro agiscono forme più “leggere” in nome del pluralismo e del dialogo equilibrato e trattando il massiccio attacco alla comunità LGBTQ semplicemente come una falsa pista. In altre parole, l’omofobia e la transfobia permeano entrambi i lati di questa scena politica altamente polarizzata.
Durante la marcia per commemorare la Rivolta di Varsavia organizzata da una coalizione di gruppi fascisti e nazionalisti, ogni traccia del simbolismo LGBTQ è stata rapidamente individuata e distrutta. Tra i numerosi attacchi, i partecipanti hanno tolto una bandiera arcobaleno con l’emblema del Polish Underground State dalla facciata di uno degli edifici e l’hanno bruciata. Nell’Europa orientale la bandiera arcobalenoè diventato uno strumento importante per la resistenza queer, come un modo per dare visibilità alle vite che vengono costantemente attaccate e cancellate. Esistono modi sovversivi di usare questo simbolo negli spazi pubblici, ma anche alcune strategie “mainstream” che flirtano con l’idea di assimilarsi alla maggioranza. Il conflitto in corso attorno alla bandiera arcobaleno mette a nudo i profondi difetti e paradossi della rivendicazione dei simboli religiosi e nazionali per la politica di sinistra. Non si tratta di dimostrare che la Vergine Maria con un’aureola arcobaleno o un emblema nazionale colorato non dovrebbero essere un’offesa, ma piuttosto di trovare modi per fare politica queer senza assimilare il discorso nazionalista-patriottico. Una bandiera nazionale “queer” è ancora un forte simbolo di appartenenza nazionale. La lotta non è uniforme, ma sono urgentemente necessarie nuove strategie e nuove forme di costruzione della coalizione.
 
Recenti notizie in merito alla sospensione delle sovvenzioni dell’Unione europea per sei città polacche a causa delle loro dichiarazioni anti-LGBT potrebbero suggerire che il pagamento del prezzo per pratiche discriminatorie cambierà gli atteggiamenti ostili. Allo stesso tempo, questa punizione si iscrive nel ben collaudato discorso sull”ideologia LGBT, come una minaccia straniera imposta dall’Occidente “degenerato”. Non è chiaro se questo porterà un effetto che fa riflettere o consoliderà la retorica contorta anti-LGBT. I satelliti della TFP descrivono già le istituzioni europee come la fonte dell ‘”ideologia di genere” contrabbandata in trattati come la Convenzione di Istanbul. Con le repressioni della polizia contro gli attivisti che si intensificano rapidamente la solidarietà internazionale con le persone queer in Polonia è estremamente importante. Molto lavoro deve essere fatto sul campo per costruire reti di solidarietà locale con gruppi emarginati, compresi i lavoratori migranti e coloro che sono maggiormente colpiti dalle misure di austerità. Se c’è qualcosa che queste recenti elezioni mostrano molto chiaramente, è che l’attivismo queer e di sinistra deve trovare un modo per andare oltre le aree metropolitane.
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Marianna Szczygielska è una studiosa di studi di genere e un’attivista femminista-queer. È autrice di un capitolo sulle risposte femministe alle politiche di genere arretrate in Polonia per il libro Gendering Democratic Backsliding in Central and Eastern Europe. A Comparative Agenda (CEU Press, 2019). La ricerca di Marianna si concentra sulle scienze umane ambientali e sugli studi scientifici e tecnologici femministi. Attualmente ha una posizione di post-dottorato presso il Max Planck Institute for the History of Science di Berlino.
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Marciona su ddlZan e nogender

Pubblichiamo il testo di Marciona sul #ddlZan che abbiamo letto a Gender Panic!

È in corso oggi una mobilitazione nazionale contro l’approvazione della proposta di legge Zan-Scalfarotto. Secondo gli organizzatori di questa iniziativa il ddl non è considerato solamente inutile: l’omofobia e la transfobia, dicono, sono forme di discriminazione che sarebbero già punite dal “codice penale italiano”. Gli organizzatori della contestazione di oggi parlano addirittura di deriva liberticida: la legge dicono, è in contrasto con la libertà di opinione.

Li conosciamo bene i cattoreazionari dietro queste piazze, sono quelli del movimento pro-life, della famiglia naturale, gli anti abortisti, quelli che la donna è madre e custode del focolare domestico, quelli che l’omosessualità va curata anche a suon di botte, quelli che la transessualità è perversione.

Gli alfieri e le ancelle dell’oppressione eteropatriarcale oggi scendono in piazza chiedendo che venga tutelata la loro libertà di opinione, ma sappiamo benissimo che stanno parlando della loro libertà di oppressione.

Conosciamo il mondo che vogliono proteggere, ce lo raccontano quotidianamente le ferite e le cicatrici che ci lascia addosso l’eteronormatività delle famiglie in cui nasciamo, delle scuole in cui cresciamo e dei lavori con i quali tiriamo a campare, quando abbiamo la fortuna di avere una famiglia una scuola e un lavoro.

Conosciamo sulla nostra pelle la violenza omolesbobitransfobica. E sappiamo benissimo che l’obiettivo della destra cattolica di declassare l’omofobia, la transfobia, la bifobia e la lesbofobia a problemi da non affrontare mai e da invisibilizzare, è funzionale al mantenimento del sistema di oppressione eteropatriarcale attorno al quale si tutela il privilegio del maschio bianco. Noi ci opponiamo con forza al modello violento della Famiglia tradizionale, quella ingessata nel binarismo di genere e nella sottomissione della femminilità relegata nel corpo della donna biologica.

Si la conosciamo la propaganda di quelli che oggi scendono in piazza contro il ddl Zan: Patria Famiglia Chiesa… lo ribadiamo, vogliono unicamente tutelare la loro libertà di oppressione.

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La propaganda cattolica fondamentalista è violenza omolesbotransfobica e aggredisce le persone LGBTQIA+ – tutte le persone che non sono etero, tutte le persone che non sono cis – rendendosi mandante morale delle violenze che viviamo in quanto lesbiche, gay, frocie, persone trans, non binarie, donne, violenze all’ordine del giorno nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle strade, nelle città, nei centri e nelle periferie, da Nord a Sud.

Per queste ragioni è senz’altro necessario per noi esprimere solidarietà per l’approvazione di questo ddl. Certamente. Ma per noi è soprattutto indispensabile muovere forti critiche a questo approccio legalitario e dire e ribadire che questa legge non basta e quindi non ci aiuta a tutelarci e a protegggerci.
Come bene hanno detto le nostre compagne bolognesi, “chiediamo molto di più del ddl Zan!”

Occorre per noi muoverci oltre il concetto di fobia e parlare di violenza cis-etero-patriarcale come problema sistemico che necessita di un contrasto altrettanto sistemico.

Le aggressioni fisiche compiute da singoli individui che questa legge punisce sono solo la punta dell’iceberg; l’omofobia è un problema strutturale alla nostra società ed è principalmente di stato, comincia nelle famiglie, cresce nelle scuole, e finisce nelle prigioni.

Noi non crediamo che inasprire le pene o riempire le galere sia la soluzione ai nostri problemi. Sappiamo che le galere, ancora una volta, le riempiranno con le persone meno privelegiate, mentre dai pulpiti delle chiese e dei media odio e altro odio continuerà a essere seminato legittimando le aggressioni quotidiane alle nostre vite.

Non offriamo campo fertile a chi semina odio.
Contrastare la violenza eteropatriarcale è una lotta di tutti i giorni, perché la violenza è quotidiana e strutturale.

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Ricordiamoci anche che oggi parliamo di questa legge per le pressioni della comunità europea e non per una battaglia che qualche politico e qualche partito vorrebbero intestarsi. Ricordiamoci anche che Il testo in fase di approvazione è un testo azzoppato dal compromesso e dall’ipocrisia di stato, uno stato che presta ancora un orecchio complice alle religioni che hanno voluto e permesso che si morisse di aborto, di violenza domestica, di paura della sessualità. Uno stato che vuole punire l’odio ma continua a fomentare il razzismo imprigionando migranti nei CPR.

Rilanciamo quindi e rivendichiamo oggi una battaglia politica che superi l’approccio legalitario e combatta sul piano culturale la violenza etero patriarcale in tutti i settori della nostra società.

Cogliamo quest’occasione, in cui di nuovo i fomentatori d’odio occupano le piazze, per ricordare che la nostra lotta è appena cominciata. Vogliamo una scuola dove vengono abbattute le barriere di genere, classe, razza, orientamento sessuale. Una scuola che educhi alle differenze di genere – sì, chiamatelo gender se volete: è insegnamento di consapevolezza e libertà, di rispetto di sé e degli altri. Vogliamo educazione sessuale e campagne di prevenzione e riduzione della violenza omolesbobitransfobica. Vogliamo accesso anonimo e gratuito a screening e terapie per tuttx. Vogliamo centri antiviolenza autonomi e gestiti dal basso, con personale formato, in cui per ricevere i finanziamenti e gli aiuti non ci sia l’obbligo di schedare le persone che vi si rivolgono. Vogliamo consultori liberi dalle ingerenze della chiesa e ospedali liberi dagli obiettori, vogliamo case-famiglia e centri di rifugio per chi nella famiglia trova solo violenza e oppressione. Vogliamo un reddito di autodeterminazione, universale, individuale, slegato dal lavoro, per emanciparsi dalle famiglie di origine e sottrarsi alla violenza domestica e anche come risarcimento per essere dell* bambin* e adolescenti queer in una società eteropatriarcale.

Fanno bene a temerci le piazze provita perché vuol dire che hanno capito che siamo qui per sgretolare dalle fondamenta il sistema di dominio oppressione e odio che chiamano libertà ma che è solo violenza e tutela del privilegio.

la rivoluzione o sarà TransFemministaQueer o non sarà.
La lotta è fica e cula.
Ciao a tutt!

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#ddlzan #moltopiudizan #lgbtqia#marcionaqueer #genderpanic

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Gender Panic! Molto più di Zan! 11 Luglio a Bologna

Molto più di Zan!

Evento FB

Siamo froce, lelle trans*, lgbtiq+, sex worker, rifugiat*, razzializzate, donne, lesbiche e lesbicx. Siamo transfemministe. Siamo corpi desideranti, e vogliamo essere libere dalla violenza strutturale che l’eteropatriarcato ci impone ogni giorno. Per liberarci serve molto di più di una legge, lo sappiamo, per questo la nostra lotta non si è mai fermata. Chiediamo molto più della legge Zan, perché non ci basta inasprire le pene a costo zero, ma vogliamo un cambiamento radicale della società che ci opprime.

Il dibattito sulla legge Zan è lo specchio della stessa violenza che viviamo ogni giorno: persino quando si parla dei nostri corpi le parole sono quelle degli oppressori. La nostra presa di parola vale molto di più di quella di chi scende in piazza in difesa del proprio privilegio, rivendicando il diritto alla violenza e chiamandolo libertà. La nostra presa di parola vale molto di più di quella di qualche sedicente femminista, intenta a riprodurre il controllo sui nostri corpi che ha imparato dal patriarcato. La nostra presa di parola vale molto di più, perché è di noi che si sta parlando.

Vogliamo molto di più di una legge incentrata sui dispositivi punitivi. Lo abbiamo detto a Verona con Non Una Di Meno, lo abbiamo detto nelle piazze favolose del pride transfemminista queer, e lo diremo di nuovo questo sabato. Il dibattito sulla legge contro l’omolesbobitransfobia è l’ennesimo tentativo di trattare delle garanzie giuridiche minime come una merce di scambio, in una società che ancora non riconosce la nostra esistenza.

Il contesto pandemico ha dimostrato quanto la legge italiana sia espressione del patriarcato e del binarismo di genere. È risultato evidente nell’imbarazzante graduatoria degli affetti stilata dal governo all’avvio della Fase 2, rigidamente vincolati a legami di sangue o di relazioni eteronormate. Ancora più violentemente, si è imposta sui corpi delle donne e delle soggettività femminilizzate costrette nelle proprie case insieme a compagni e padri violenti.

Per cambiare questa realtà non basta inasprire le pene: ciò che serve è un cambiamento radicale del presente. Sappiamo anche che la violenza quotidiana subita da persone queer, trans e dissidenti difficilmente viene a galla proprio perché denunciarla significa esporsi nuovamente ad essa. Ma sappiamo anche che chi si sta opponendo a questa legge di questa violenza è complice. Negare che esistano forme di violenza indirizzate contro esperienze di genere che non rientrano nei ruoli prescritti da questa società patriarcale significa legittimare che migliaia di persone siano oppresse e precarizzate più intensamente a causa di quegli stessi desideri dissidenti e che non abbiano strutture alle quali rivolgersi quando subiscono violenza, significa negare che la discriminazione produce disuguaglianza economica e sociale.

Riconoscendo quindi che l’omolesbobitransfobia, come la violenza di genere e del genere, come la misoginia, non è un atteggiamento psicologico individuale, non è una violenza episodica, non è una mera discriminazione correggibile con una legge, ma è sistemica e strutturale, chiediamo molto di più del ddl Zan. C’è bisogno di agire in prevenzione nelle scuole. Se da un lato le scuole sono luoghi dove molt* persone lgbtqi possono stare lontano da famiglie violente e creare comunità in cui riconoscersi, allo stesso tempo spesso è anche il luogo in cui si riproduce la violenza sistemica. Vogliamo un cambiamento radicale della scuola, una revisione dei programmi e dei libri di testo, formazione per le insegnanti, educazione sessuale, affettiva e alle differenze, soldi. La scuola deve essere il luogo dove vengono abbattute le barriere di genere, classe, razza, orientamento sessuale. Solo così si potrà contrastare l’omolesbobitransfobia e non limitarsi a punirla.

C’è bisogno di rafforzare, in tutte le forme e luoghi possibili, i centri antiviolenza. Negli ultimi anni abbiamo visto un generale disinteresse verso i centri antiviolenza, lasciati senza finanziamenti o minacciati di chiusura, da ultimo l’esperienza di Lucha y Siesta a Roma. Noi chiediamo di più, non solo che questi centri non vengano depotenziati, ma anche la creazione di centri antiviolenza lgbt autogestiti.

C’è bisogno di un reddito di autodeterminazione, universale, individuale, slegato dal lavoro, per emanciparsi dalle famiglie di origine e sottrasi alla violenza domestica e anche come risarcimento per essere dell* bambin* e adolescenti queer in una società eteropatriarcale!

Per questo sabato 11 luglio saremo nuovamente in piazza a Bologna contro la violenza di genere e dei generi, per chiedere che sia riconosciuta la natura sistemica della violenza che colpisce tuttx noi. Il transfemminismo produce relazioni dissidenti e soggettività autodeterminate, che sono gli unici anticorpi possibili di fronte alla violenza strutturale dell’eteropatriarcato. Di fronte a questa violenza torniamo in piazza, per chiedere molto più della legge Zan! Dichiariamo lo sciopero permanente dai generi imposti e normalizzati! Alla reazione di gender panic causata dal solo nominare il “genere”, rispondiamo alzando la posta: noi siamo già oltre il panico, siamo paniche!

#genderpanic #bsidepride #nonunadimeno #ddlzan

I credits per la favolosa grafica vanno ad AthenA! Grazie!

11/07/2020 Piazza Nettuno dalle 18:00 alle 21:00

B-Side Pride

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Atlantide Antigone

ANTIGONE:

Ci apparteniamo, Queer, occhi di sorella. L’eteronorma, lascito d’umiliazioni… Ne sai tu una, e quale, che non farà matura, Dea, per la nostra coppia d’esistenze? No, no. Non esiste strazio, errore cieco ovunque, non c’è piaga, barbarie, che non abbia visto, e veda, io, radici d’umiliazioni tue, e mie. Oggi nuovamente. Parlano di ordini assoluti, fatti gridare per la gente a Bologna da lui, dal generale, in queste ore. Che sarà? Hai sentito anche tu? Forse no, forse a te è oscura la manovra d’odio che umilia chi è più tuo.

Ci sono molti modi di raccontare questa storia.

Si potrebbe raccontare la lunga resistenza di Atlantide, dal 2011 al 2015, da quando l’occupazione del 1998 venne attaccata con ferocia, strumentalmente, volgarmente, da un coagulo di personaggi in cerca d’autore e di forze normalizzatrici. Ma non abbiamo tempo ora, siamo troppo implicate nell’urgenza della trasformazione presente, rimandiamo alle analisi che distillammo allora dalla rabbia e dalla gioia della lotta.

Si potrebbe partire dalla Maledizione di Atlantide, che ha colpito (e colpirà) inesorabilmente il destino politico di chi ha provato a cavalcare l’odio per il margine, per le diversità e poi ha spazzato via tutto, facendo debordare in mille rivoli le vite e le storie che lo spazio conteneva. 

Preferiamo partire da qui: da una faglia aperta che per 17 anni ha prodotto resistenze queer, femministe e punk. Atlantide è stata la casa del collettivo Banlieu, dei collettivi NullaOsta, Clitoristrix – Femministe e lesbiche, di Antagonismogay e poi del Laboratorio Smascheramenti; è stata punto di riferimento della cultura e della socialità queer e delle autoproduzioni musicali indipendenti. E’ qui che Leslie Feinberg ha presentato Stone Butch Blues, è qui che si è parlato per la prima volta o quasi di Intersex pride in Italia, è qui, in feste affollatissime e sudate, che abbiamo creato uno spazio in cui il desiderio potesse circolare in forme inedite e impreviste. Ci chiediamo come si archivia questa forza di negazione dell’esistente e di affermazione desiderante che sono il queer e il punk, che non possono diventare un luogo della memoria o un monumento da fruire per il turista in cerca di emozioni forti. Forze e resistenze che cortocircuitano la memoria pacificata dell’archivio (anche lgbtiqa+) ufficiale di una Bologna “da sempre a fianco dei diritti civili”: NO! Niente ci è stato regalato, tutto ci viene continuamente tolto, avrete solo il nostro disprezzo. 

E allora il nostro contro archivio parte dallo sgombero del 9 ottobre 2015, da una ferita aperta che non si rimargina e dal debordamento che ci ha portato ovunque: dal Sommovimento nazioAnale, alla favolosa coalizione, a Nonunadimeno, al B-Side Pride, ai movimenti antirazzisti, le soggettività negate dalla violenza istituzionale hanno contaminato altre reti, hanno innervato la critica e la pratica transfemminista queer che, nel frattempo, è diventata marea. 

Potremmo parlare della nostra vendetta, che consiste nell’affermare le nostre vite dissidenti, ma abbiamo i postumi del Pride del 27 giugno e tanto resta ancora da fare. 

 

Rest in fight, Atlantide!

 

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VERSO UN PRIDE TRANSFEMMINISTA QUEER

 
  1. IL PRIDE È RIVOLTA
  2. LA CURA È UNA LOTTA POLITICA
  3. OLTRE L’OMOTRANSFOBIA, CONTRO L’ETEROPATRIARCATO
  4. IL LAVORO SESSUALE È LAVORO
  5. UN PRIDE QUEER È UN PRIDE ANTIRAZZISTA
  6. NON ESISTONO DIRITTI CIVILI SENZA REDISTRIBUZIONE
  7. L’ISTRUZIONE È FONDAMENTALE
  8. IL PRIDE QUEER È ANTISPECISTA E AMBIENTALISTA
  9. LE TECNOLOGIE QUEER SONO AUTOGESTITE
  10. CALENDARIO PRIDE TFQ 2020
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B-Side PRIDE Piazza TFQ 27G 2020

Aderiamo, organizziamo, cospiriamo insieme!

Evento FB

Il B-Side Pride invita tutt* a costruire per il 27 giugno, in piazza
Nettuno alle 14, una piazza del Pride favolosa, antirazzista, intersezionale, degenere, puttana, frocia, lella e trans non binaria, sierocoinvolta.

Il #27G (e dintorni) è la data che abbiamo scelto in rete con >> https://marciona.noblogs.org/

La pandemia e la crisi che ha generato hanno acuito la precarietà per tuttu, come queer (froce, lelle trans*, lgbtiq+, sex worker, rifugiat*, razzializzate) ci siamo ritrovat* invisibilizzate dalle retoriche e dalle politiche familiste e paternaliste con cui la crisi è stata gestita. Come queer ci mancano cose materiali e immateriali ugualmente essenziali: cibo, reddito, accesso alla salute, la socialità frocia, lo spazio pubblico, le piazze, il cruising, l’incontro dei corpi nello spazio pubblico, la comunità politica nella quale potersi riconoscere che no, non è la nazione bianca eterosessuale. Per questo sentiamo l’esigenza di connetterci, di agire mutualismo e solidarietà queer e di ricostruire, a partire dal #27G, uno spazio pubblico dove incontrarci e lottare insieme.

Per questo il #Pride diventa per noi più che mai l’Orgoglio per i nostri legami queer, che sono reti, sfamiglie, altre intimità, parentele spurie di affinità e resistenza, formazioni sociali che non riproducono la famiglia eterosessuale.

Prepariamo e agiamo da subito la lotta della vita contro il profitto,
della cura contro la selezione, del desiderio contro la paura e ci
connettiamo alle richieste di reddito di autodeterminazione, accesso alla salute pubblica per tutt*, diritto a lavorare in sicurezza,
autorganizzazione della cura e riconoscimento del lavoro di riproduzione sociale come centrale. Perché non si tratta di sperare in un ritorno alla normalità, che per noi era il problema, si tratta di ripensare le basi della ri/produzione sociale ed ecologica. Anche per questo ci sentiamo in connessione e aderiamo alla piazza di #NonUnaDiMeno del 26 giugno ✹ Torniamo nelle strade. Ci riprendiamo tutto ✹ Bologna

Siamo in piazza contro la violenza di genere e dei generi!
La violenza è strutturale: l’eteropatriarcato è alla base della cultura
capitalistica e colonialista e garantisce l’organizzazione della società secondo rapporti di sfruttamento che rispondono alle logiche del profitto. Il transfemminismo rompe le certezze delle relazioni su cui si basa la società patriarcale, restituendo relazioni inedite, favolose e dissidenti. Per questo crediamo che sia importante discutere della legge su omolesbotransfobia: non ci interessa l’inasprimento delle pene a costo zero, vogliamo vedere riconosciuta la natura sistemica della violenza (l’eterosessualità obbligatoria) e chiediamo interventi strutturali per sradicarla a partire da educazione e prevenzione. Inoltre, la discriminazione non è un fatto meramente culturale, produce disuguaglianza sociale e materiale, per questo chiediamo reddito di autodeterminazione e accesso a salute, casa, istruzione per ognun*: per transitare fuori dai vincoli famigliari, patriarcali e omosociali.

Siamo in piazza per la depatologizzazione delle transizioni e delle vite trans e non binarie: superiamo la legge 164!

Siamo in piazza in solidarietà con il movimento Black Lives Matter e con tutte le resistenze queer, femministe, antirazziste, antifasciste
globali, dal Rojava alla Palestina al Brasile. Qui e ora combattiamo contro il razzismo sistemico e istituzionale e in alleanza con le soggettività lgbtiqueer migranti e razzializzate: vogliamo l’abolizione delle legislazione razzista e securitaria, permesso di soggiorno europeo, decolonizzazione della cultura e della società.

Siamo sierocoivolte e da questa prospettiva guardiamo alla salute: il ruolo dei servizi di prossimità e community-based nella cura dell’hiv e la lezione post pandemia fanno emergere la necessità di un ripensamento del welfare nazionale e regionale. Che si tratti di medicina territoriale, preventiva di residenze anziani, salute mentale, carceri, strutture di accoglienza va superata la visione disciplinare che crea spazi separati in cui isolare e concentrare “l’Utente”. Chiediamo accesso alla salute pubblica, alla prevenzione, alle terapie senza discriminazioni per le persone trans, razzializzate e marginalizzate. Lottiamo contro lo stigma che ancora ci colpisce come sieropositive.

Lottiamo contro lo stigma che ancora ci colpisce come puttane. Siamo libere di sperimentare le nostre sessualità in relazioni multiple. Il sex work è un “lavoro” e prima di tutto è un lavoro di/del genere perché la relazione di cura/seduzione che si costruisce è parte del servizio che viene venduto. Il sex work è lavoro e come tale necessita di diritti e tutele: più viene invisibilizzato, maggiore è la violenza verso chi lavora. Le leggi attuali sono insufficienti perché criminalizzano la nostra attività e quindi i nostri corpi, per questo lottiamo per la totale autodeterminazione e decriminalizzazione del sex work.

Sarà una piazza “statica”, safer, nel rispetto della salute e della cura collettiva, come condiviso anche a livello di tutto il coordinamento transfemminista queer 2020 Marciona. Quindi useremo la nostra creatività per segnare lo spazio, per rendere safer la piazza, riappropriandoci in forma queer dei dispositivi di protezione individuale in modo da trasformarli in tecnologie di prevenzione e autocura collettiva.

La piazza sarà safer e attraversabile da tutt*, batterà al ritmo delle
nostre rivendicazioni e dei suoni di WoWo , RYF, Miss Schneider (Erica Jane Schneider), Favolosa Corale WannaQueer e StaMurga – Ottimista e antifascista

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Transfemminismo ed ecologia politica

CONDIVIDIAMO L’IMPORTANTE AUTOFORMAZIONE CO-COSTRUITA INSIEME A Corpi fuori controllo Ecologia politica:

Sguardi intersezionali al tempo della pandemia globale

QUI IL VIDEO INTEGRALE SU YOUTUBE

Questo incontro nasce dall’esigenza di un intreccio sinergico fra due tavoli tematici all’interno del percorso di controprogettazione sull’area dell’ex-caserma sani, “Ecologia politica”e “corpi fuori controllo”, per confrontarsi e indagare  attraverso una prospettiva di genere gli intrecci tra le forme di dominio che sottendono il sistema patriarcale e la crisi ecologica in senso ampio. È importante riconoscere che il sistema patriarcale che giustifica l’oppressione in base alla razza, alla sessualità, al genere, alla specie, istituisce anche il dominio sull’ambiente. Le prospettive transfemministe sull’ecologia politica permettono di cogliere le esperienze in un’ottica di inclusione che colloca le forme di vita umane accanto a quelle non umane, perché soggettività diverse trovino spazio per esistere ed esprimersi, chiamandoci a ripensare insieme il presente, poiché è su di esso che si tessono passato e futuro. Il lavoro di cura e il lavoro riproduttivo, già invisibilizzato e dato per scontato, ora più che mai pesa come un macigno sulle spalle delle donne a cui è da sempre stato delegato; la pandemia ha quindi svelato il fallimento della gestione e del governo della riproduzione sociale. L’emergere dei movimenti per la giustizia climatica e gli effetti devastanti della crisi ambientale hanno imposto con forza un’altra dimensione della riproduzione, ovvero quella ecologica. E’ necessario quindi pensare la riproduzione sociale congiuntamente ad essa.

La pandemia ci obbliga a interrogarci sulle contraddizioni insite nel sistema capitalistico;il cambiamento climatico, la riduzione della biodiversità causate dalla produzione intensiva agroindustriale e dall’inurbamento sono esse stesse concause conclamate dell’insorgere del virus. Andare oltre la specie non significa dimenticarla ma trovare il modo per accettare che essa è già attraversata da altre specie. Ciò che unisce le varie componenti sono i concetti di cura, relazioni, riproduzione: termini risignificati dentro le lotte e le rivendicazioni transfemministe e divenuti fondamentali anche nel lessico ecologista. La progressiva evanescenza dei confini della sfera produttiva e riproduttiva, lo sfruttamento intensivo di vite da parte del capitale, in cui la tecnoscienza gioca un ruolo chiave, e una rinnovata centralità dei movimenti e dei conflitti nello spazio della cosiddetta riproduzione sociale, ci portano a credere che sia necessario darsi strumenti di lettura per comprendere le intersezioni fra la critica ecologista e quella transfemminista anche dentro la fase pandemica che attraversiamo.

Ne parliamo insieme a Angela Balzano e Miriam Tola giovedì alle ore 18.30 in diretta video su https://contraereapopolare.oziosi.org/ e in trasmissione audio da https://radiospore.oziosi.org/

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Non saremo “congiunti”, ma unite nella lotta!

B-side pride su ultimo Dpcm: che sia tolta la discriminazione, ma lottiamo per redistribuzione e pratichiamo solidarietà e mutualismo queer nella pandemia.

L’ultimo decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri è segnato da una riproposizione della centralità della famiglia come unica formazione sociale rilevante. Infatti, riconosce come primari solo i legami con congiunti consanguinei che ora concede di visitare pur nel rispetto delle necessarie misure di distanziamento fisico. Inoltre, dà per scontato il lavoro riproduttivo e di cura gratuito delle donne, nel momento in cui si decide un ritorno massiccio al lavoro a scuole chiuse. Il decreto riflette lo storico mancato riconoscimento di legami affettivi non familiari e del fatto banalmente statistico che gli affetti prevalenti per molte persone non coincidono con i legami familiari.
In un momento drammatico come questo, in cui appoggiamo la necessità di limitare i contatti fisici per contenere il contagio, ci uniamo alla richiesta di tante voci del movimento lgbtiq+ di rimuovere questa discriminazione nel decreto, e proponiamo di introdurre la possibilità di autocertificare un numero ristretto di persone care o affetti primari, senza che si presuma che esse debbano essere parenti o consanguinei.

Il mancato riconoscimento di altre forme di intimità, reti affettive e di cooperazione sociale non familistiche è anche il frutto di una cecità dello stesso movimento lgbt, che si è attestato sulla richiesta di unioni civili per le coppie dello stesso sesso e, in prospettiva, del matrimonio egualitario, che riproduce mimeticamente le forme della famiglia eterosessuale, eludendo un’analisi della famiglia tradizionale come strumento di divisione sessuale del lavoro, di estrazione del lavoro di cura e riproduttivo delle donne, oltre che luogo per eccellenza del dominio maschile eteropatriarcale. Si è persa così la connessione tra la richiesta di riconoscimento delle soggettività lgbtiq+ nelle loro differenze e la redistribuzione sociale della ricchezza. Mai come in questa pandemia risulta evidente che le soggettività lgbtiq* e la dissidenza sessuale non vivono solamente una situazione di solitudine o bisogno di relazioni affettive: l’accentuarsi della precarietà materiale ed economica, comune a larghi strati della società, rende ancora più visibile quanto la discriminazione e la mancanza di riconoscimento reiterate da questo decreto, riproducano ingiustizia sociale.

Per tutto questo vogliamo mettere al centro il bisogno di non separare diritti civili da diritti sociali e le lotte queer per il riconoscimento da quelle per la redistribuzione delle risorse sociali e della ricchezza. La nostra risposta alla pandemia è praticare solidarietà queer, condividere risorse e mutualismo, restare connesse, autorganizzare forme di resistenza materiale che ci aiutino a sostenerci nella responsabilità di cura collettiva che assumiamo autoresponsabilizzandoci. La pandemia in corso ha messo a nudo la vulnerabilità di tutti i corpi e la loro interdipendenza con specie, popolazioni, territori. Ha mostrato in modo più nitido limiti e contraddizioni del modello economico e sociale che ora chiamiamo “normalità” e che non era certo un luogo sicuro e accogliente per gli anormali, ma era basato su gerarchie, violenza eteropatriarcale, inclusione differenziale. Non tutti i corpi contavano e contano allo stesso modo e non sono tutti ugualmente vulnerabili: se la gestione della pandemia ha acuito la precarietà per tutti, come queer (froce, lelle trans*, lgbtiq+, sex worker, razzializzate…) spesso ci trovavamo già tra i soggetti più marginali e ora siamo nuovamente invisibilizzat* ed esclus* anche dalle retoriche familiste di unità patriottica nella “guerra” contro il nemico invisibile, come pare evidente da questo decreto. Come queer ci mancano cose materiali e immateriali ugualmente essenziali: cibo, reddito, accesso alla salute, la socialità frocia, lo spazio pubblico, le piazze, il cruising, l’incontro dei corpi fuori dallo spazio domestico, la comunità politica nella quale potersi riconoscere che no, non è la nazione bianca eterosessuale. Per questo sentiamo l’esigenza di connetterci, di agire mutualismo e solidarietà queer, di scambiare risorse, cibo, denaro, parrucche e paiettes e di ricostruire uno spazio virtuale dove incontrarci e condividere bisogni e desideri.

Chiuse nelle case, noi che spesso dalle case natali siamo scappate o scacciate, o costrette a lavori sociali e di cura che ci espongono al rischio contagio, continuiamo a ricostruire reti affettive e parentele che eccedono i legami di sangue e a pensare collettivamente al dopo che è già qui, alla coesistenza con il virus e alla crisi che sta portando, perché non sia il ritorno alla normalità e non sia nemmeno peggio. Prepariamo e agiamo da subito la lotta della vita contro il profitto, della cura contro la selezione, del desiderio contro la paura e ci connettiamo alle richieste di reddito di autodeterminazione, accesso alla salute pubblica per tutt* (a partire da chi non ha casa, sta in carcere o in strutture collettive come Cas e Rsa), diritto a lavorare in sicurezza, autorganizzazione della cura e riconoscimento del lavoro di riproduzione sociale come centrale. Perché non si tratta di sperare in un ritorno alla normalità, che per noi era il problema, si tratta di ripensare le basi della ri/produzione sociale ed ecologica.

State connesse con B Side, a breve usciremo con il blog e con iniziative di crowdfunding per estendere la rete di mutualismo.

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Alcune cose che possiamo imparare dall’attivismo contro l’AIDS per rispondere alla pandemia di Coronavirus (COVID-19)

Traduzione dell’articolo: Some notes on learning from AIDS activism for our responses to the Coronavirus (COVID-19) pandemic

18 marzo 2020

Di Gary Kinsman

Vivendo l’attuale crisi di Coronavirus / COVID-19, mi hanno colpito le connessioni tra la crisi dell’AIDS (che non è ancora finita) e questa crisi sanitaria, connessioni che raramente vengono rilevate nei commenti e nelle analisi che ho letto fin’ora. Allo stesso tempo, ci sono anche grandi differenze tra queste due diverse crisi sanitarie, tra cui la modalità di trasmissione, l’impatto sul corpo e sulla salute delle persone e, in una certa misura, chi ne è maggiormente colpito.

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