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Gli Stati Genderali hanno aperto lo spazio per un confronto essenziale. Nella 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝘁𝗮 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗱𝗶𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ condividiamo le riflessioni del 𝘁𝗮𝘃𝗼𝗹𝗼 𝗻𝗲𝘂𝗿𝗼𝗱𝗶𝘃𝗲𝗿𝗴𝗲𝗻𝘇𝗲 𝗲 𝗱𝗶𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀:

Come mai la decisione di un tavolo “neurodivergenze e disabilità” insieme? Perché è ora di prendere consapevolezza del fatto che le oppressioni subite quotidianamente e in ogni contesto da persone con disabilità e neurodivergenze abbiano 𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗮 𝗺𝗮𝘁𝗿𝗶𝗰𝗲 𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘀𝘁𝗮, in questo sistema che ci marginalizza, invisibilizza, esclude e discrimina. Eppure nel contesto italiano non abbiamo ancora unito le forze. Si ritiene dunque necessario lavorare in maniera congiunta e intersezionale a progettualità, pratiche e prassi condivise che partano dai bisogni reali e quotidiani, in ottica di costruzione di comunità – ancor prima che di associazionismo.

La condivisione delle esperienze individuali permette di non considerarci isolatə e 𝗳𝗮𝗿 𝗲𝗺𝗲𝗿𝗴𝗲𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗼𝗽𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗲̀ 𝗻𝗲𝗰𝗲𝘀𝘀𝗮𝗿𝗶𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗮𝘀𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗲 𝗽𝗿𝗲𝘃𝗲𝗻𝗶𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝗺𝗼𝗱𝗶 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗶, 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗶. Riconoscendo il valore delle associazioni e dei collettivi già esistenti, ci siamo chiestə come dare il nostro contributo, come dar vita ad un dialogo costruttivo per capire cosa manca e serve all’associazionismo odierno. Vogliamo fare rete e collaborare per portare avanti istanze condivise, tracciando sentieri percorribili come comunità, ritagliandoci uno spazio di qualità all’interno di movimenti di rivendicazione queer e crip e nelle istituzioni.

Sottolineiamo l’importanza di aprire un dialogo con gli altri tavoli degli Stati Genderali: perché 𝗹𝗮 𝗹𝗼𝘁𝘁𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗽𝘂𝗼̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝘀𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲, 𝗽𝘂𝗿 𝘁𝗲𝗻𝗲𝗻𝗱𝗼 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗶𝗹 𝘃𝗮𝗹𝗼𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝘂𝗻𝗶𝗰𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗲𝘀𝗽𝗲𝗿𝗶𝗲𝗻𝘇𝗲 𝗶𝗻𝗱𝗶𝘃𝗶𝗱𝘂𝗮𝗹𝗶. Ci siamo chiestə come ripensare l’alleanza tra movimenti lgbtqia+, crip e neurodivergenti, partendo dal problematizzare il concetto di norma.

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QUI C’È GENDER CHE LAVORA – Stati Genderali in sciopero

– Fr0cə in sciopero
Colpo di scena: le persone Lgbtqia+ lavorano. Sembra una banalità, ma continueremo a dirla finché non smetterà di stupire. Non facciamo di mestiere il nostro genere, il nostro orientamento sessuale o la nostra condizione di disabilità o di neurodivergenza: siamo persone che lavorano per sopravvivere. E aderiamo convintamente allo sciopero generale del 2 dicembre e alla manifestazione del 3 dicembre: contro il caro vita e contro la guerra che gli fa da scusante mentre si gioca sulla pelle dei popoli ucraino e russo. Contro il governo Meloni, naturalmente, e le sue politiche padronali, antifemministe, strutturalmente razziste e opposte ai diritti riproduttivi, politici e lavorativi che ci spettano. Per il salario minimo, proprio ieri affossato in parlamento dalle stesse forze politiche che si erano dette favorevoli a una sua blanda introduzione, e che oggi si giustificano dicendo che comprometterebbe il ritorno alla contrattazione nazionale.
Sono questioni che ci riguardano tuttə indistintamente: ogni diritto negato è un ricatto in più alla classe lavoratrice; ogni discriminazione dà più spazio a padroni e politici per dividere la classe lavoratrice e operare contro i nostri interessi. Per questo aderiamo allo sciopero generale aggiungendo alla piattaforma almeno le nostre richieste di minima, a partire dal chiedere una nuova e seria raccolta dati sulle condizioni di lavoro delle persone Lgbtqia+, un rinnovato sforzo di formazione nei luoghi di lavoro estendendo le troppe poche ore finora previste, e l’applicazione delle leggi che già esistono. Le leggi antidiscriminazione sono solo due, una del 2003 e una del 2010, e in entrambe è assente la dicitura “identità di genere” che consente di tutelare le persone trans* discriminate sul lavoro, che in assenza di questo termine si ritrovano spesso a dover fare causa come persone omosessuali discriminate. Ce lo chiedeva l’Europa, e i nostri politici hanno fatto male pure questo compitino. Ne chiediamo almeno la reale applicazione, per dire basta al sotto-inquadramento, ai licenziamenti discriminatori, e mettere la parola fine alle tristi vicende delle persone che a causa della discriminazione sono, di fatto, “suicidate dal lavoro”. Così come la chiediamo della legislazione anti-mobbing e l’inserimento delle discriminazioni che subiamo come fattori di rischio nelle DVR e nelle Valutazioni dello stress correlato.
Le famose unioni civili del 2016, con l’infame dicitura “formazione sociale specifica” al posto di “famiglia”, mettono una zeppa che ostacola il riconoscimento immediato sul luogo di lavoro dei diritti connessi al matrimonio, nonostante siano esplicitamente previsti dalla legge. In più chiediamo per lo meno l’attuazione delle carriere alias, sia nelle relazioni interne sia nelle relazioni con l’esterno dei luoghi di lavoro, così da sostenere sul luogo di lavoro l’autodeterminazione persone trans* in attesa di rettifica dei documenti – o che non vogliono rettificarli per le complicazioni dell’attuale legge che prevede solo lunghe e burocratiche transizioni medicalizzate. Vogliamo l’estensione della legge 104 anche alle forme di disabilità e di neurodivergenza non esplicitamente riconosciute dalla legge.
Si vede già da qui che la questione non può essere solo vertenziale, ma politica. Abbiamo bisogno di una legge sull’autodeterminazione di genere che superi l’attuale legge 164, così da permettere rettifiche del genere all’anagrafe più immediate possibile, mandando in pensione le carriere alias. Abbiamo bisogno di una riscrittura della legge 104, basata su criteri di “funzionamento” sul lavoro e non di benessere psicofisico sul lavoro. Abbiamo bisogno di una riforma radicale del diritto di famiglia che includa prima di tutto l’equiparazione del matrimonio, perché non sia più un’esclusivo diritto delle persone eterosessuali, e delle unioni civili, perché possano trasformarsi in uno strumento utile anche alle coppie non formate da persone dello stesso genere.
Una riforma che dia pieno riconoscimento ai diritti connessi alla filiazione, ma che sia in grado anche di restituire la ricchezza e la diversità delle nostre relazioni multiple e felici, comunità affettive di convivenza anche non sentimentale, o di semplice condivisione economica – per mettere in comune risorse contro una vita che ci costa sempre più cara. Vogliamo la decriminalizzazione del lavoro sessuale, perché non c’è contrasto alla tratta, in qualunque lavoro, che non passi prima di tutto dal riconoscere le forme di lavoro che schiavizzano e mettono a frutto, e che alcunə esercitano nelle libertà limitate consentite dal capitalismo.

Vogliamo, infine, una battaglia che sembra simbolica, ma che rappresenta l’arretramento cui la classe lavoratrice è stata costretta negli scorsi anni: la reintroduzione e il potenziamento dell’articolo 18. Riguarda noi e le nostre discriminazioni, riguarda altro – le altre battaglie che fanno la meravigliosa ricchezza della lotta di classe. Riguarda tutto: questo sistema economico e politico che vogliamo rivoltare. Prendeteci sul serio, siamo gender che lavora.

c'è gender che lavora

c’è gender che lavora

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TDOR 2022 VIVƏ, LIBERƏ – Bologna Rivolta Pride

TDOR 2022 VIVƏ, LIBERƏ – Bologna

20.11.22 ore 18:00 Da P.zza San Francesco – verso Piazza Nettuno

Il 20 Novembre, come ogni anno, ci ritroviamo insieme per il TDOR, transgender day of remembrance. È una giornata la cui “ritualità” non rifiutiamo, piuttosto riconosciamo la potenza del rituale collettivo quando si impegna a ricordare, da un lato, mentre diamo voce alla nostra rabbia, alle nostre rivendicazioni.
Ci vogliamo vivə e non solo: siamo consapevoli di quali sono le ingiustizie e le discriminazioni che uccidono o che ci vogliono costringere a vite tristi, sfruttate.

Non abbiamo bisogno di esperti, sappiamo tutto perché lo viviamo ogni giorno sulle nostre pelli, sui nostri corpi. Sappiamo anche che non tuttə facciamo la stessa esperienza della violenza perché essere una persona trans o non binaria non significa che la nostra identità di genere definisca totalmente noi stessə, non siamo un “tema”, una “postilla” alle lotte per l’autodeterminazione. Ne siamo invece protagonistə, punto di vista prioritario per smontare la grande macchina dell’eterocispatriarcato colonialista e capitalista.

Siamo trans e abbiamo diritto al nostro nome e al genere che ci rappresenta, non vogliamo più sottostare alle paranoie anagrafiche dello Stato, dei giudici, dei dottori: siamo anche il nostro nome e il nostro nome lo scegliamo noi, nessuno può impedircelo.

Siamo trans e non soffriamo per questo, non è una “patologia”, se soffriamo è perché ci ritroviamo a fare i conti con una cultura che non prevede la nostra esistenza, che opprime e reprime ogni soggettività che esce dall’ideologia del genere: o sei uomo o sei donna, e se sei donna sei pure un po’ “meno”. Noi siamo liberə e la libertà fa paura.

Siamo trans e la nostra salute non è solo il percorso di affermazione di genere. Tutta la gestione della salute è fondata su presupposti cis ed eterosessuali, non ci sono abbastanza consultori per noi, non ci sono abbastanza centri anti-violenza per noi, perché non rientriamo nelle categorie di genere riconosciute.

Siamo trans e siamo disabili, siamo neurodivergenti e viviamo forme di infantilizzazione e ricatto per questo. La chiamano “co-morbilità” come se fossimo malatə 2 volte, quando siamo invece persone alle prese con un mondo costruito da altri e per altri. Spesso non veniamo credutə, siamo ostaggio delle famiglie d’origine, transfobiche e disinformate, perché i nostri legami sfamigliari non hanno riconoscimento. Vogliamo che la cura sia condivisa, collettiva e priva di “tutori” che non abbiamo diritto di scegliere.

Siamo trans e, quando ci viene permesso, lavoriamo. Siamo operaiə, siamo insegnanti, siamo operatori/operatrici sociali, siamo precariə, siamo nelle lotte sociali e la nostra agenda deve essere implementata in tutti i settori del lavoro “riconosciuto”. Sul posto di lavoro non si contano le discriminazioni, i misgendering, così come le battaglie per la nostra affermazione.
Siamo trans e siamo sex worker, il “mestiere più antico” e da più tempo mantenuto nell’ombra e nello sfruttamento, nella precarietà e nel pericolo. Criminalizzare significa solo mantenere uno status quo nell’interesse del potere patriarcale e di quella stessa “morale” fondamentalista che crea tabù per punire e reprimere. Vogliamo essere liberə di scegliere e autodeterminare i nostri corpi, in sicurezza e con dignità.

Siamo trans e siamo migranti, siamo rifugiatə, siamo seconde, terze generazioni. Siamo nerə e ci portiamo addosso lo stigma della cultura coloniale. Non ci sono abbastanza risorse e spazi quando entriamo nei meccanismi dell’accoglienza. Le narrazioni prevalenti ci schiacciano entro stereotipi maschilisti e razzisti. La nostra stessa esistenza smaschera le politiche di “inclusione” che troppo spesso si presentano come “favori” elargiti dalle istituzioni dei “normali”. Inclusione non significa normalizzazione, significa invece scompaginare il concetto stesso di normalità con tutti i suoi confini, geografici e morali.

Siamo trans e quando siamo in carcere veniamo isolatə perché non siamo previstə. In un sistema carcerario che rifiutiamo, ci troviamo più solə di chiunque altro. Nonostante questo prendiamo parola, ci affidiamo alla voce dellə compagnə “fuori” perché questo tutto questo deve finire.

Siamo trans e studiamo, siamo nelle scuole. Lì non troviamo spazio così come non lo trovano lə nostrə amichə e compagnə che da anni ormai pretendono educazione ai generi, sessuale e al consenso. Dove studiamo vecchie storie di vecchi uomini cis e siamo stufə dell’ignoranza del sistema educativo e dell’ostracismo dei comitati catto-fascisti. Siamo studentə e occupiamo per noi e per chi starà dietro/sopra/davanti ai banchi dopo di noi.

Siamo trans e, ricordando le nostre sorelle, i nostri fratelli uccisə dalla violenza in tutte le sue forme, gridiamo forte che il futuro è nostro e continueremo a costruirlo nonostante i governi, nonostante le istituzioni, nonostante tutto.

Noi siamo.

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Love delivery. L’amore al tempo delle piattaforme digitali

Ringraziamo Cristian Loiacono per aver messo a disposizione il testo di un suo intervento fatto pochi giorni prima del lock down alla tavola rotonda Cortocircuiti Amorosi: paure, inquietudini e disastri quotidiani (a cura della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, 21 febbraio 2020, Circolo dei lettori di Torino).

Lo trovate su academia.edu oppure qui.

Ci sembra molto interessante in rapporto ai temi del ciclo di incontri che stiamo promuovendo (Materiale intimo)

 

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Convergiamo per insorgere! 22 Ottobre 2022 con GKN

Come Laboratorio Smaschieramenti aderiamo alla convergenza che porterà alla manifestazione del 22 ottobre. Non partecipiamo solo in quanto lavoratrici ma come lavoratrici e frocie: l’immagine di una classe lavoratrice tutta cis ed etero, bianca e maschia è falsa. Questa immagine falsa si somma ai processi di diversity management che ci rendono visibili solo in determinate situazioni, quelle cioè in cui le nostre identità possono essere messe a profitto: le grandi multinazionali si vantano infatti delle iniziative di inclusività, utilizzando l’immagine dell’”apertura alle persone LGBTQIA+” per aumentare i propri guadagni, guadagni che poi non sono redistribuiti attraverso il reddito. Al contempo viene invisibilizzato il lavoro che già facciamo nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole e in tutti gli altri contesti. Questi processi hanno anche altri effetti materiali sulle nostre vite, toccando questioni tra cui la gestione delle molestie sul lavoro, dell’attivazione o meno delle carriere alias per le persone transgender e del mobbing. Continua a leggere

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Materiale intimo

Un ciclo di incontri su relazioni, amicizia, altre intimità e lavoro ri/produttivo

Mercoledì 19 e 26 Ottobre e mercoledì 9 Novembre  alle 19:00 al Centro Sociale della Pace, via del Pratello 53, Bologna. 

Abbiamo di fronte un freddo inverno, in cui sarà necessario stare molto vicinu per non morire di freddo. Abbiamo di nuovo la sensazione che a pagare il prezzo della crisi ecologica, dell’economia di guerra e del populismo trionfante, saremo ancora una volta noi. Abbiamo bisogno di ritessere le reti per resistere e lottare e arrivare collettivamente a gridare: queers dont’pay!
Lo facciamo aprendo un laboratorio di riflessione, autoformazione e autoinchiesta che parte da quello che sappiamo su relazioni, amicizia, altre intimità, forme di produzione e riproduzione queer per resistere nella crisi.

Ne parleremo a partire da alcuni testi e dalle esperienze dellu partecipanti:

  • Alessia (Leo) Acquistapace, Tenetevi il matrimonio e dateci la dote. Il lavoro riproduttivo nelle relazioni d’affetto, intimtià e cura oltre la coppia e la famiglia (Mimesis 2022).
  • Lorenzo Petrachi, Rovine dell’amicizia. Il progetto incompiuto di Michel Foucault (Orthotes 2022).
  • Renato Busarello Diversity Management, pinkwashing aziendale e neoliberismo, in Il genere tra neoliberalismo e neofondamentalismo (a cura di F. Zappino, Ombre Corte 2016)
  • Cristian Loiacono, Lavoro, affetti, flexiqueerity., in L’amore al tempo dello tsunami. Affetti, sessualità e modelli di genere in mutamento (a cura di Gaia Giuliani, Manuela Galetto, Chiara Martucci, Ombre Corte, 2014).
  • Dichiarazione congiunta Stati Genderali – GKN, Molteplici corpi, generi e sessualità, un’unica classe, Settembre 2022.

Poiché non abbiamo risposte già pronte gli incontri, a carattere laboratoriale, partiranno da questa traccia costellata di domande:

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Presentazione di “Tenetevi il matrimonio e dateci la dote”

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Molteplici corpi, generi e sessualità, un’unica classe – dichiarazione congiunta Stati Genderali – GKN

Siamo etero-, omo-, bi-, trans-, disabili, neurodivergenti, siamo classe, con la sua irrefrenabile voglia di vita. E la vita non si compone solo di ciò che ti permette di arrivare alla fine del mese. La vita è dispiegare la tua identità. È ciò che mangi, dove vivi, l’aria che respiri, ciò che ami, chi ami, come ami. Difendiamo il lavoro non solo come mera riproduzione dei nostri bisogni economici, ma come attività umana finalizzata alla realizzazione armoniosa di ogni bisogno umano.

Lo sfruttamento è una oppressione dalle mille facce, funzionali l’una all’altra, che si alimentano e si sostengono. La massimizzazione del profitto sulla nostra pelle si avvale anche dell’esistenza di ruoli di genere, di identità e orientamento sessuale.

Siamo classe e per dominarci è necessario dividerci. E per dividerci, niente è lasciato intentato.
La discriminazione sessuale e di genere ci attraversa, isolandoci. Non a caso i lavori più precari e sottopagati, le forme contrattuali più deboli, sono anche quelle più sessualizzate e razzializzate.

A questa ghettizzazione brutale, se ne aggiunge una più sottile. Il lavoro viene stereotipato sessualmente: il gay ed effemminato ben si accosta alla moda, al lavoro di cura, la lesbica ai lavori mascolini, gli uomini trans non sono nemmeno contemplati e le donne trans sono sempre sex workers da criminalizzare o stigmatizzare se non addirittura patologizzare. Che avvenga attraverso la discriminazione aperta o la ghettizzazione sottile, è sempre il corpo al servizio del lavoro. E non il contrario.

In un mondo in cui tutt* siamo espost_ al rischio di cadere nella disoccupazione, nella precarietà, in cui soffriamo la totale assenza di sanità, cure, tutele, chi soffre una doppia o multipla oppressione, rischia di cadere prima, rischia di cadere peggio.

Chi deve lottare quotidianamente per i propri diritti civili, contro il pregiudizio omofobico e transfobico, fatica doppiamente a lottare per salario e contratto, per i propri diritti sociali.

Al contempo i diritti civili, in presenza di discriminazioni sociali, risultano fruibili soltanto dalla parte privilegiata della società.

Siamo classe. E soffriamo dell’assenza di diritti civili ma anche della loro presenza ipocrita e parziale. Nessun diritto civile è realmente universale quando cade in un mondo diviso tra sfruttati e sfruttatori, tra precari e precarizzatori, tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri.

Con questa dichiarazione bandiamo ogni contrapposizione formale tra lotta per i diritti civili e quella per i diritti sociali. La lotta per i diritti civili unifica e libera la radicalità della classe. La radicalità della lotta di classe rende i diritti civili veramente universali. Non si tratta quindi di sommare due lotte, di appiccicare un tema all’altro. Si tratta di prendere atto che la lotta è una ed è intersezionale.
È per questo, per altro, per tutto.

Siamo classe e non ci nascondiamo quanto ancora bassa e insufficiente la nostra consapevolezza, quanto i “nostri” siano attraversati da ogni forma di arretratezza omofobico e sessista.
Ma a maggior ragione, questo percorso di convergenza deve cominciare, senza timidezze e paure.

L’oppressione per genere e orientamento sessuale è sicuramente più antica del capitalismo, e così anche la discriminazione verso la disabilità fisica o la neurodivergenza. E in teoria, superficialmente e nella sua versione presuntamente progressista, questo sistema rigetta tali discriminazioni. Nella pratica, il binarismo forzato e il patriarcato sono un ingranaggio fondamentale e inscindibile dell’oppressione sociale. Non solo sono utile strumento del “dividi e comanda”. Sono anche elementi imprescindibili della disciplina sociale, di una vita dove la soggettività si adatta alle forme economiche e non viceversa.

Le leggi antidiscriminazione sul luogo di lavoro in Italia sono tremendamente insufficienti, e i percorsi per attuarle sono sempre tortuosi, burocratici, avvilenti: delle corse a ostacoli spesso insormontabili e spesso anche economicamente insostenibili. Chiediamo una piena loro attuazione ed estensione. Ma questo è il minimo sindacale.

Chiediamo nuovi diritti civili, nuove leggi e nuove norme contrattuali che aderiscano alla molteplicità di bisogni e soggettività. Chiediamo formazione dentro i luoghi di lavoro, come parte integrante della salute e sicurezza sul lavoro, e dentro le stesse organizzazioni sindacali.

Chiediamo tutto ciò che è necessario perché nessuna soggettività debba più nascondersi dentro un luogo di lavoro. E proprio per questo in verità vogliamo riconquistare e conquistare diritti per tutta la classe: abolire il precariato e gli appalti, che sono le forme principe della paura e del ricatto, abrogare il jobs act e reintrodurre l’articolo 18, tutela principe contro ogni discriminazione politica, di genere, religiosa, sindacale, di opinione ecc.

Vogliamo salario e reddito adeguati, un numero congruo di ore di lavoro, i permessi necessari per malattie, ferie. Vogliamo una sanità pubblica, gratuita ed efficiente.

Oggi ribadire questi concetti è ancora più vitale. Con l’arrivo delle elezioni e lo spettro della vittoria della Meloni, il rischio è che si contrapponga all’avanzata della destra una generica difesa dei diritti civili. I diritti civili diventerebbero così il volano di un amorfo movimento democratico, slegato da questioni sociali, salariali e sistemiche.

Noi andiamo nella direzione opposta, nella totale convergenza e intersezionalità delle lotte. Ci avete affossat* bocciando il Ddl Zan, tanto quanto approvando il Jobs Act. Ci avete attaccato sui diritti sociali e siete stati immobili sui diritti civili. Non avete diritto a farvi paladini né degli uni né degli altri.
E i nostri corpi non sono arruolabili nel gioco delle parti. Per quanto ci riguarda l’alternativa non è tra Governo vecchio e Governo nuovo, ma tra mondo vecchio e mondo nuovo.

Dalle lotte per la giustizia climatica e dal processo che si è attivato attorno alla Gkn, sono arrivate indicazioni e ispirazioni. Lo stato di emergenza in cui viviamo è la regola; tocca a noi far esplodere la vera l’urgenza delle nostre rivendicazioni e di un cambiamento dell’intero sistema. Insorgere per convergere, convergere per insorgere. Per cambiare i rapporti di forza, qui e ora. Non c’è ribaltamento di rapporti di forza sociale se non cambiano rapporti di forza fra generi.

Dentro questa convergenza, possiamo aspirare a combattere insieme le arretratezze interne alla nostra classe. Dentro questa convergenza, il movimento transfemminista LGBTQIA+ può coltivare l’estremo bisogno di essere sempre meno rituale, più radicale e di massa.

In un mondo che affonda nella guerra, nella crisi idrica e nello sfruttamento, chi è doppiamente oppresso affonda due volte e più rapidamente. Non sappiamo quanto tempo ci rimane.

A monte il capitalismo ci divide, a valle lo sfruttamento e l’oppressione ci accomunano.

Teniamoci liber*, teniamoci pront* per quest’autunno.

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Solidarietà a Porpora

Esprimiamo solidarietà alla nostra compagna Porpora Marcasciano, consapevoli che non basta. Troppe volte proviamo a chiederci cosa ci salvi e cosa ci condanni, e quasi sempre la rabbia e il dolore sono le risposte che restano addosso e dentro. Sappiamo quale sia la radice dell’odio che ci investe come persone queer, la stessa che opprime donne, persone razzializzate, disabili e lottiamo ogni giorno che ci è dato, con il solo sostegno dei nostri mezzi e delle nostre comunità. Di una società che non si ferma mai a interrogarsi, delle istituzioni che lavorano alacremente solo per peggiorare le condizioni materiali delle nostre vite, portiamo il peso senza avere nulla più delle nostre voci, inascoltate, derise, minimizzate, ma mai dome. Della nostra rabbia facciamo bagaglio per diffondere cura, amore, gioia, cultura, e finché ci sarà dato di lottare continueremo a voler vivere, e non solo sopravvivere. Il nostro abbraccio collettivo ci dà forza ma abbiamo bisogno di coltivare antidoti al bullismo, alla violenza, alla presunzione di essere migliori e di poter esercitare la forza e il sopruso su chi esprime la propria diversità.
Con orgoglio andiamo avanti, ci stringiamo e diamo il meglio di noi stessx, e con i nostri corpi sfacciati di fronte a quelli “normali”, continuiamo a chiedere ogni giorno: è questo il mondo che volete?

Laboratorio Smaschieramenti

Questo è il post in cui Porpora denuncia quanto accaduto (dalla sua pagina facebook, 30 agosto 2022):
LA VIOLENZA CHE CI SOMMERGE: NOI SAPPIAMO
Questa volta il “grido” non è un semplice slogan di denuncia, contro qualcuno o qualcosa, ma un grido di dolore personale e intimo perché mi riguarda, perché mi ha toccato personalmente, in maniera assurda, inaspettata, disumana. Il 24 Agosto, l’indomani dell’ennesimo femminicidio a Bologna, proprio mentre interrogavo la mia coscienza sul cosa fare dopo quel terribile gesto è toccato a me.

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E’ uscito “Tenetevi il matrimionio e dateci la dote. Il lavoro riproduttivo nelle relazioni di intimità, solidarietà e cura oltre la coppia nell’Italia urbana contemporanea”

E’ uscito “Tenetevi il matrimionio e dateci la dote. Il lavoro riproduttivo nelle relazioni di intimità, solidarietà e cura oltre la coppia nell’Italia urbana contemporanea“, il libro che racconta l’autoinchiesta del Laboratorio Smaschieramenti sulle relazioni, la riflessione condotta nel SomMovimento NazioAnale sulle altre intimità e il neomutualismo, e la genesi del concetto di “lavoro del genere” e di “sciopero dai generi” a partire dalla rilettura queer del dell’analisi dei Comitati per il salario al lavoro domestico.

Vai alla pagina del libro sul sito dell’editore – Leggi l’indice

Il libro è basato sulla tesi di dottorato di Ale/Leo Acquistapace ed è stato pubblicato grazie al premio studi lgbit  del circolo Maurice di Torino (il ricavato finanzierà la pubblicazione della prossima tesi vincitrice del premio).

Grazie alle To/Let per l’immagine in copertina, che riprende un momento del loro wall painting ad Atlantide nel 2010.

Ci vediamo in autunno per presentazioni e dibattiti!

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