"Sì, era bello essere la donna di tre uomini, ciascuno col suo trip, ciascuno voleva una cosa diversa, in modo che il mondo si allargava, e interagiva, com una foto impresionata tre volte, creando uno spazio infinito. Da allora ho scoperto che di solito è bene essere la donna di molti uomini, o essere una delle molte donne sulla scena di un uomo, o essere una delle molte donne in una casa con molti uomini, con una situazione complessiva mutevole e ambigua. Quello che non è bello, quello che è claustrofobico e mortale, è il solito rapporto a due. Va bene per un fine settimana, o un mese in montagna, non va bene per il lungo periodo, non va bene una volta che entrambi vi siete detti che così deve essere tutta la vostra vita. Allora inziano innumerevoli pretese, e inganni per evitare la noia, e la lenta inesorabile chiusura dell’infinito orizzonte divino, come i muri incandescenti che si stringono intorno al protagonista nel Pozzo e il pendolo di Poe, muri che si chiudono implacabili a soffocare completamente la vita nel vostro modno.
Nel Medioevo c’erano le cinture di castità ma quelle, almeno, si potevano affrontare, con un seghetto se non altro. Ai tempi dei nostri genitori c’era il matrimonio, e a volte c’è anche oggi, e anche quello è abbastanza brutto, ma è una formula legale, e si può risolvere con un altro po’ della stessa roba, di altre carte. E’ spiacevole, ma è solo un aspetto del mostro. Il vero orrore, l’incubo in cui la maggior parte di noi trascorre la vita adulta, è l’insidiosa e ben radicata fede nel mondo a due. Il mondo di "questo è mio marito". Vivi con un uomo, e cominci ad avere delle pretese nei suoi confronti. Vivi con cinque, e hai le stesse pretese, ma allargate, ambigue, indefinite. Ciò che non è soddisfatto da uno, verrà facilmente soddisfatto dall’altro, nessuno si sentirà frustrato dai sensi di colpa e di inadeguatezza, e nessuno verrà messo con le spalle al muro da richieste che non può esaudire…"
(Diane di Prima, Memorie di una beatnick, 1969)
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