Bartleby Bene e Comune

Mentre le sabbie della pianura padana si stanno liquefacendo, l’università di Bologna chiama lo sgombero di Bartleby. Pazzesco, eh?

In linea con la repubblica che si fa la festa con le parate militari, mentre operaie, precari, migranti crepano per il lavoro prima ancora che per il terremoto, l’alma matrigna altro non sa dire e altro non sa fare che esibire i muscoli, contribuendo con la propria arrogante piccolezza all’impaludamento di queste terre.

Bartleby è un prezioso esperimento di intersezione fra vite, arte, cultura, politica e conoscenza che tanto ha dato a una Bologna ormai da troppo tempo desolata e impastata in un produttivismo che non guarda in faccia nessuno. E’ così che Bartleby, da quando è nata, cerca di costruire il suo “comune”.

Oggi, invece, stiamo assistendo con occhi increduli ad un triste teatrino dell’assurdo, in salsa provinciale, fatto di burocrati incapaci di progettazione, pieni di retorica su un’innovazione che neanche riescono a riconoscere. Troppo concentrati sulle lotte intestine nei loro partiti per le briciole di potere sulla miseria sociale dilagante, non riescono a vedere dov’è e cos’è il bene comune per questa città.

Ma è evidente, ormai, che l’università di Bologna sceglie la via kafkiana dell’insensato perché non ha più idee, parole e senso, ridotta ad essere un’azienda governata da interessi altrui.

Nulla ha più da dire e più da fare perché si è consegnata mani e piedi alla riforma baronale.

Nulla ha più da insegnare e da apprendere da una città che là fuori, faticosamente, continua a produrre e condividere saperi radicati nelle vite e nei corpi reali, a tessere relazioni, a tentare di r/esistere al ricatto della precarietà, dello smantellamento del welfare, della logica del profitto a tutti i costi.

Favolose sempre, austere mai, ci prenderemo cura dello scrivano come se si trattasse di noi stesse e ci (auto)difenderemo.

Laboratorio Smaschieramenti

 

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