La nonviolenza non è una cosa da duri. Articolo per Liberazione

Alessia Acquistapace – laboratorio Smaschieramenti

Liberazione 22 agosto 2008

 

Viviamo in un’epoca in cui ci rubano le parole. Nel nostro paese, fischiare un politico è diventata una ‘violenza inaccettabile’, proprio mentre le guerre si chiamano missioni di pace. Il paradosso è tutt’altro che divertente. Si è affermata, purtroppo non solo a destra, l’idea per cui una protesta è violenta se è illegale o fastidiosa, mentre sarebbe "nonviolenta" se è disciplinata, garbata, opportuna.

Eppure la parola nonviolenza ha un significato preciso e la sua storia è piena di azioni illegali e disdicevoli – neri seduti accanto ai bianchi nei ristoranti, giovani maschi che rifiutano di prestare il servizio militare obbligatorio…

Fu il movimento che si preparava, ancora lontano dai riflettori, al G8 di Genova, a parlare di nonviolenza, prima che i media si appropriassero di questa parola per restituircela svuotata. Eppure, lo stesso movimento ne ha ratificato lo svuotamento, riproducendolo nei propri discorsi o rinunciando alla parola nonviolenza.

I media chiamano "non violenza" la legalità e l’accettabilità sociale, e su questo confine schierano i buoni di qua, i cattivi di là. Accettando la loro definizione, o comunque riducendo la nonviolenza al veto castrante di non far male a una mosca, alcuni nel movimento l’hanno intesa come una scelta strategica per farsi mettere dalla parte dei buoni – obiettivo peraltro spesso fallito. Altri e altre, forse temendo la castrazione, hanno invece rifiutato la nonviolenza, col triste risultato di un ritorno di militanza virilista.

Ma nella teoria nata da Gandhi e dalle lotte per la liberazione dell’India, la nonviolenza non era affatto un confine che divide un qua e un , bensì qualcosa a cui tendere, ricerca continua; essa non fu mai un’autocensura, e tantomeno un impegno astratto e ideale, bensì uno stimolo all’ideazione di nuove pratiche, alla trasformazione di sé e del mondo. Nonviolenza è la traduzione dall’hindi di Satyagraha, termine che richiama autenticità, coerenza di mezzi e fini. Usare o minacciare violenza a fini ‘pacifici’ non ha senso. Ugualmente non può essere definita nonviolenta un’azione apparentemente pacifica che ha come fine la violenza, l’ingiustizia, il sopruso.

Ci hanno già rubato molte parole chiave. Non possiamo, per paura di essere colti in fallo sul loro binarismo violenti-nonviolenti, rispondere ‘va bene, allora siamo violenti’, o rispolverare l’ambigua distinzione fra la violenza degli oppressi e degli oppressori. Né d’altra parte possiamo permettere che i telegiornali diventino la nostra coscienza, col paradossale risultato che dopo che a Genova ci hanno sparato addosso, finiamo ad autoflagellarci o scannarci fra noi perché qualcuno dei ‘nostri’ ha lanciato una bottiglietta, dandogli il pretesto per dire che siamo dei violenti.

Il discrimine, per me, non è fra quelli cui è capitato di spintonare un poliziotto e quelli che se ne sono tenuti alla larga, ma fra chi vede in ciò un occasione di ingigantimento del proprio pene e chi no. Fra chi prova a smantellare la cultura della violenza dentro e fuori di sé e chi, al di là delle dichiarazioni, questa cultura continua a coltivarla.

Mi sembrava, nei mesi precedenti il G8 di Genova, che non fosse solo questione di immagine, e circolasse la sensazione che la violenza non poteva funzionare, che ci voleva qualcosa di nuovo. Si usava la fantasia per trovare nuove strade, e il gruppo pink, esperto nel deridere violenza e virilismo, non a caso era protagonista. Ma poi successe l’inimmaginabile, e sotto il martellamento mediatico, alla polemica anche interna di chi era ancora per i metodi violenti, nessuno/a ha saputo formulare una risposta più autentica di quella dell’opportunità, del ‘sennò poi i giornali scrivono….’.

Parlo di Genova, ma intanto mi sembra sia cresciuta una nuova generazione di militanti maschi e femmine che non ha cognizione di tutto ciò, e che vede gli scontri con la polizia come un videogame o un rito di iniziazione.

La scelta della nonviolenza si scontra con il macismo, cioè con il gioco a chi ce l’ha più duro. E non perché, come si dice spesso, la violenza è maschile e la nonviolenza femminile. Su questo equivoco si producono i peggiori paradossi, perché, ad esempio, una donna potrebbe sentircisi a ragione un po’ stretta, e voler rivendicare di essere capace anche lei di fare a botte. Le donne non sono pacifiche per natura. E’ al massimo la nostra storia che ci ha avvicinate, nelle ultime migliaia di anni, alla cura più che all’aggressività. Riappropriarci di questa storia e ridargli valore ci ha restituito la stima di noi stesse e delle nostre nonne. Ma la stessa storia millenaria ci ha viste vittime di violenze sistematiche, cosa che non fa bene e che non rende buone – tutt’altro: le donne sono capaci di violenze sottili ed atroci, verso se stesse e verso gli altri. Ma negli anni ’60 e ’70, riflettendo collettivamente sulle violenze subite ed agite, sull’oppressione iscritta nella loro stessa identità, le donne hanno attuato una decostruzione della violenza fra i generi, che si è rivelata una pratica efficace per liberarsene senza agirla a propria volta. E’ in questo senso che la nonviolenza è affine col femminismo, e non con il femminile, e la violenza con il maschilismo, non con il maschile. E’ una questione di storia e di scelta politica, non di natura, perché donne, gay, lesbiche, se vogliono, sono purtroppo capacissime di fare i maschiacci.

Ultimamente, molte realtà del movimento sentono il bisogno di dichiararsi dalla parte delle donne, dei gay, di assimilare un po’ di lessico da gender studies, ma quasi mai di cambiare le proprie pratiche. Come per la violenza, tutto si riduce a un mettersi dalla parte giusta. I maschilisti sono gli altri, le discriminazioni, il macismo, vanno combattuti sì, ma fuori di noi. E’ un fenomeno strano, che coinvolge le stesse vittime del sessismo, come quando le donne italiane si scandalizzano per l’oppressione delle altre (le arabe) solo per poter dimenticare la propria. Ma la vera urgenza, di fronte all’emergenza virilista, è proprio quella di smaschierarsi, e ritrovare il coraggio di una politica che parta da sé, dalla trasformazione di sé stessi e del mondo.

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