Alcune cose che possiamo imparare dall’attivismo contro l’AIDS per rispondere alla pandemia di Coronavirus (COVID-19)

Traduzione dell’articolo: Some notes on learning from AIDS activism for our responses to the Coronavirus (COVID-19) pandemic

18 marzo 2020

Di Gary Kinsman

Vivendo l’attuale crisi di Coronavirus / COVID-19, mi hanno colpito le connessioni tra la crisi dell’AIDS (che non è ancora finita) e questa crisi sanitaria, connessioni che raramente vengono rilevate nei commenti e nelle analisi che ho letto fin’ora. Allo stesso tempo, ci sono anche grandi differenze tra queste due diverse crisi sanitarie, tra cui la modalità di trasmissione, l’impatto sul corpo e sulla salute delle persone e, in una certa misura, chi ne è maggiormente colpito.

Sono stato attivamente coinvolto nell’organizzazione e nell’attivismo contro l’AIDS negli anni ’80 e ’90 e ho partecipato alla documentazione di alcune di queste storie. In questo abbozzo iniziale, cerco di mettere in evidenza alcune cose che possiamo imparare dalla storia dell’auto-organizzazione  e dall’attivismo contro l’AIDS per l’attuale pandemia. So che questo approccio è parziale e limitato, ma sento l’urgenza di farlo uscire. Sentiti liber* di integrarlo o criticarlo. Lo scopo è quello di avviare una discussione.

Quando parlo dell’organizzazione e dell’attivismo contro l’AIDS, mi riferisco innanzitutto (ma non solo) all’attivismo dei gruppi che all’interno della AIDS Coalition to Unleash Power (ACT UP) si battevano, con azioni dirette, per la questione delle terapie, negli Stati Uniti, in Canada e in tutto il mondo (alcuni di questi gruppi esistono ancora) o a gruppi come AIDS ACTION NOW! (AAN!), con sede a Toronto. Questi gruppi, al grido di “Silence = Death, Action = Life”, si sono concentrati sulla lotta per ottenere l’accesso, da parte dellepersone affette da AIDS / HIV, alle terapie per combattere le sovrainfezioni, che erano quelle che di fatto uccidevano le persone. Questi movimenti mettevano i bisogni delle persone più colpite dall’AIDS al centro della risposta sociale. Oltre che a questi gruppi, quando parlo di attivismo contro l’AIDS, mi riferisco anche alla prima ondata di gruppi community-based che, nei primi anni ’80 (e successivi), davano supporto alle persone che vivevano con AIDS / HIV, sviluppando le conoscenze e combattendo contro la discriminazione mentre i governi lasciavano morire la gente. Sono state queste iniziative comunitarie, che hanno avuto origine da gay e lesbiche, e in una certa misura dai movimenti femministi e progressisti sulla salute, che hanno fornito supporto alle persone colpite dall’AIDS di fronte all’inerzia e all’indifferenza delle élite della professione medica. Queste forme di attivismo hanno esteso e salvato la vita di molte persone.

Come tutte le emergenze sanitarie, la crisi dell’AIDS è stata/è una condensazione di molte relazioni sociali – tra cui sessualità, razza, genere, classe, povertà, sottosviluppo, colonialismo e neocolonialismo, dis/abilità, uso di droghe, lavoro sessuale, potere delle case farmaceutiche, il carattere della professione medica, problemi di salute pubblica e molto altro ancora. È sempre importante chiedersi: quale “pubblico” viene difeso?  “salute”  di chi viene protetta? Per affrontare a fondpo la crisi dell’AIDS, tutte queste relazioni dovevano essere tenute in considerazione.

L’attuale pandemia include tutto questo e molto altro, ma in un contesto in cui le relazioni capitalistiche e neoliberiste sono andate molto oltre, distruggendo l’assistenza sanitaria, l’assistenza sociale e il reddito sociale, così come generazioni di precari salariati in molti paesi. Il potere delle multinazionali farmaceutiche sulle nostre vite si è intensificato.

Più specificamente, è necessario rilevare una serie di connessioni:

“Popolazioni sacrificabili” e lotta alla discriminazione e alla stigmatizzazione.

Nei primi anni della crisi dell’AIDS ci furono poche risposte ufficiali e statali poiché questa era vista come qualcosa che aveva effetto solo su “popolazioni sacrificabili” – uomini gay che facevano sesso con uomini, tossicodipendenti, haitiani e altre persone di colore (vedi la costruzione razzista dell’ “AIDS africano”) e prostitute. Questi erano i gruppi identificati come “gruppi ad alto rischio”: questo termine è stato preso dal discorso epidemiologico per organizzare discriminazione sociale e stigmatizzazione contro questi gruppi. Queste persone sono state ritenute “sacrificabili” dai governi moralisti e conservatori (e spesso neoliberisti), e in questo modo si sono sprecati anni di possibilità di cura e di risposte sociali. Invece la “popolazione generale” (codificata come bianca, di classe media ed eterosessuale) è stata difesa contro i “vettori” e i “serbatoi” dell’infezione. L’autorganizzazione precoce sul tema AIDS ha combattuto contro questa visione concentrandosi sulle attività a rischio, che chiunque potrebbe trovarsi ad avere, e affermando l’importanza della vita e dei bisogni delle persone che vivono con AIDS/HIV e delle comunità più colpite dall’AIDS. L’attivismo contro l’AIDS ha combattuto contro la discriminazione e le risposte razziste all’AIDS. Ha anche raccolto le preoccupazioni di coloro che venivano ignorati nella risposta sociale all’AIDS, compresi i bisogni delle donne e delle persone di colore. Gli attivisti per l’AIDS hanno sostenuto che i bisogni delle persone più direttamente colpite, non solo quelli dei non infetti,  devono essere al centro della risposta sociale.

Nell’attuale pandemia abbiamo visto all’opera un’organizzazione sociale della discriminazione, del razzismo e della stigmatizzazione contro le persone provenienti da Cina, Corea e da altri paesi asiatici, inclusi i continui riferimenti di Trump, e altri, al virus “cinese” (o per alcuni al virus “asiatico” ). In modo leggermente più locale, questa retorica è stata mobilitata anche contro le persone iraniane, in particolare nel contesto mediorientale. Questa prima interpretazione della pandemia, che riguardava solo le “altre” persone (e vedeva solo queste “altre” persone come la “minaccia”), ha portato a settimane di ritardo nello sviluppo di una risposta in molti ambienti statali e ufficiali.

Ma abbiamo visto anche il modo in cui le persone più vulnerabili al coronavirus (le persone anziane e quelle che vivono con un sistema immunitario compromesso o indebolito – tra cui le persone con cancro, infezione da HIV, diabete, patologie cardiache e forme di disabilità) sono state considerate sacrificabili. Ciò è stato particolarmente evidente nelle prime risposte di Boris Johnson e del governo del Regno Unito con la loro mobilitazione di concetti come “immunità di gregge”, o su ciò che alcune persone, evocando aspirazioni pseudo-eugenetiche, hanno chiamato “selezione” della popolazione. Gli anziani sono visti come “non produttivi” (in relazione alla produzione capitalistica) o come un “drenaggio” delle risorse sociali – in contrasto con le tradizioni indigene in cui gli anziani sono visti come dotati di saggezza e trattati con grande rispetto; allo stesso modo  le persone con corpi immuno-compromessi, compresi quelle con cancro e HIV, spesso anche chi vive con disabilità, tutt* sono stat* considerat* “sacrificabili” da questi personaggi.

L’articolazione del “lavarsi le mani” come parte delle misure preventive, significa anche che tutt* coloro che non possono accedere all’acqua pulita (come molti nelle riserve della First Nation in “Canada”) diventano “sacrificabili”. Con l’invito ufficiale alla “distanza sociale” e all'”isolamento sociale” come mezzo per impedire la trasmissione, anche tutt* coloro che non hanno le basi materiali per farlo diventano “sacrificabili”. Ora, mi è chiaro che il termine “allontanamento sociale” partecipa alla dissoluzione del sociale e poiché dobbiamo mantenere e costruire il sociale nel contesto di questa pandemia, dobbiamo invece usare termini come “distanziamento spaziale o fisico”. Tra coloro che non possono partecipare a queste pratiche di allontanamento e isolamento ci sono i poveri e i senzatetto (che sono spesso razzializzati), quelli che vivono in istituti (comprese le case di cura) o nelle carceri, ma anche coloro che non possono perdere il lavoro retribuito quando sono malati a causa della massiccia crescita del lavoro precario, della mancanza di giorni di malattia retribuiti e di sostegno sociale, e della strage del salario sociale da parte del capitale neoliberista. La dimensione di classe e razziale di tutto questo diventa molto chiara. Infine, la chiusura delle frontiere serve a mettere la vita di rifugiati, migranti e senza status in situazioni molto difficili. Si tratta principalmente di persone di colore.

Tutti questi approcci danno priorità alla vita di coloro che sono meno a “rischio” di morte per coronavirus: i più giovani, i “sani”, i non disabili, quelli con un sistema immunitario intatto e i ricchi rispetto a tutti gli altri. È la loro salute che viene protetta. Sono diventati il “pubblico” da difendere da coloro che potrebbero potenzialmente morire di COVID-19. Per superare tutto questo è necessario richiamare l’attenzione verso le esigenze specifiche delle nazioni e delle comunità indigene e dei senzatetto nei sistemi di accoglienza, dei rifugiati e dei lavoratori migranti, verso la necessità per tutt* i lavoratori di avere un congedo per malattia retribuito, di avere forme di protezione da sfratti e mutui,  di essere messi in condizione di rifiutare il lavoro non sicuro, di avere un’adeguata assistenza sociale. Tutto questo deve essere considerato centrale nelle risposte sociali alla pandemia.

Solidarietà / responsabilità sociale – dalle pratiche sicure al “distanziamento spaziale o fisico”.

Quando persone tra cui Michael Callen (un giovane attivista per l’AIDS che viveva con l’AIDS) iniziarono a capire che qualunque cosa causasse l’AIDS (prima dell’identificazione dell’HIV), questa veniva trasmessa attraverso specifici atti sessuali e attraverso il contatto sangue-sangue, ciò portò allo sviluppo del safe sex e in seguito a delle linee guida di pratiche safe per l’uso di droghe iniettive e per altre pratiche in modo che non comportassero alcun trasferimento di fluidi corporei o contatto di sangue con sangue. Queste pratiche sono state efficaci nel ridurre la trasmissione dell’HIV. Questa non era una risposta individualista. Essa si basava al contrario su un senso di responsabilità sociale e collettiva di gruppo, e significava che le persone con supporto potevano modificare le loro pratiche sociali a beneficio delle loro comunità. Non è stato facile per le persone modificare le loro abitudini: tutto questo è avvenuto grazie a molta educazione popolare e al sostegno della comunità. In buona parte, questo approccio si basava sul presupposto che tutt* fossero potenzialmente infetti, e di consegnuenza ha abbattuto le barriere tra quelli infetti e quelli no. Per quanto riguarda l’uso di droghe, questo approccio è diventato fondamentale per le pratiche di riduzione del danno. È diventato parte di un’etica comunitaria. Rispetto al sesso sicuro, si basava anche sull’erotizzazione del sesso sicuro e sulla pratica del sesso sicuro come divertimento. Ecco come hanno funzionato le campagne per il safe sex. Il safe sex è diventato il modo erotico e sociale di farlo, per tutt*.

Nell’attuale pandemia tutto questo assume una forma diversa, ma comunque deve avere un carattere sociale e collettivo, se vogliamo che funzioni. L’allontanamento spaziale o fisico – combinato con il lavaggio delle mani, l’uso di guanti e l’abitudine di tossire/starnutire nella manica ecc. – è ora ciò che è socialmente necessario e responsabile per ridurre l’infezione e il tasso di mortalità. Ciò si basa anche sulla necessità per tutt* noi di continuare a impegnarci nel lavoro vitale della riproduzione sociale (incluso l’aumentoù del lavoro assistenziale), sebbene in forme più “a distanza”. È questo lavoro di riproduzione sociale di tutti i giorni e di tutte le nottio – spesso non pagato e spesso associato alle donne (sia cis che trans) in un contesto di divisione sessuale del lavoro – che crea le condizioni di possibilità della nostra sopravvivenza. Dobbiamo cambiare le nostre pratiche sociali e ciò richiede sostegno sociale e solidarietà, in particolare per proteggere le persone maggiormente a rischio di morte da COVID-19. Ciò significa opporsi all’individualismo egoista spesso mostrato in risposta a una crisi sanitaria nelle società capitaliste.

Come per le pratiche safe, questa risposta collettiva richiede educazione popolare e supporto sociale. I governi e le autorità possono solo incoraggiare queste pratiche; gran parte dell’impulso questo deve provenire dal basso e perciò dobbiamo organizzare un sostegno di massa. Possiamo prendere ispirazione per questo dai primi gruppi di supporto per le persone che vivono con AIDS / HIV, dai sistemi organizzati tra amici e da altro ancora nelle prime risposte alla crisi dell’AIDS. Nell’attuale pandemia reti di mutuo soccorso e solidarietà sociale per sostenere le persone si stanno formando in molte località (di seguito è riportato un elenco di risorse), e queste devono essere agevolate e sostenute con risorse. Senza violare le distanze spaziali o fisiche, dobbiamo fornire sostegno e solidarietà alle persone. Per coloro che devono impegnarsi in pratiche di isolamento, dobbiamo anche fornire il massimo supporto e assistenza possibile. Queste iniziative saranno cruciali per determinare se possiamo rallentare l’infezione e il tasso di mortalità. I prossimi mesi saranno cruciali su scala globale.

Assistenza sanitaria per tutt*! – salute dall’alto al basso.

Fondamentale per l’attivismo contro l’AIDS è stata l’assistenza sanitaria per tutt*. Negli Stati Uniti i gruppi ACT UP si sono impegnati in importanti campagne per l’accesso universale all’assistenza sanitaria. Nel contesto “canadese” e in altri paesi con più “stato sociale” vi era un maggiore accesso alle cure sanitarie ma persistevano gravi problemi (mancanza di farmacia,  terapie molto costose, mancanza di copertura per le cure dentistiche, ecc.). Dagli anni ’80 e ’90 le cose sono in gran parte peggiorate a causa dei gravi attacchi da parte del capitale neoliberale e delle agenzie statali all’accesso e alla qualità dell’assistenza sanitaria e della sua crescente privatizzazione. Le infrastrutture sanitarie esistenti sono state indebolite e distrutte. Come sottolinea Mike Davis nel contesto dell’attuale pandemia:

“La globalizzazione capitalista ora sembra essere biologicamente insostenibile in assenza di un’infrastruttura di sanità pubblica veramente internazionale. Ma tale infrastruttura non esisterà mai fino a quando i movimenti delle persone non spezzeranno il potere di Big Pharma e dell’assistenza sanitaria a scopo di lucro.”

Qui Davis solleva grandi preoccupazioni sulla necessità, per la nostra sopravvivenza, sottrarre l’assistenza sanitaria ai tassi di profitto capitalistici e al dominio dei big Pharma. Se riusciremo a far fronte a questa pandemia, ci vorranno grandi trasformazioni nella sanità e nella politica sociale. Queste devono basarsi sul libero accesso universale a un’assistenza sanitaria di qualità e sul libero accesso ai test, ai trattamenti e ai vaccini quando diventeranno disponibili – e alla mobilitazione di importanti risorse sociali per lo sviluppo di trattamenti e vaccini. A partire dall’organizzazione della salute femminista e dall’attivismo contro l’AIDS, anche in questo caso serve una salute “dal basso” attraverso cui le persone riescano a prendere più controllo sul proprio corpo e sulla propria salute in rottura con l’assistenza sanitaria capitalista e con il potere delle società farmaceutiche. Ciò richiede un grande passaggio dalla salute dall’alto a una salute dal basso. Michel Foucault, un teorico francese, ha scritto dello sviluppo della “biopolitica” in cui, a partire dal XIX secolo, forme di potere sociale mobilitano i corpi e la popolazione come risorse, per regolare le forme di potere  Le politiche di tipo ACT UP hanno iniziato a articolare quella che può essere definita una “biopolitica” dal basso, che è ciò di cui avremo bisogno per affrontare e porre fine a questa pandemia.

Trasferimento di risorse nel “Sud globale”

Durante la crisi dell’AIDS, nel Manifesto di Montreal (pubblicato da ACT UP NYC e AIDS ACTION NOW! alla conferenza mondiale sull’AIDS a Montreal nel 1989), i movimenti per l’AIDS hanno invitato ad un importante trasferimento di ricchezza e risorse verso le popolazioni del sud del mondo per combattere con successo le devastazioni causate dall’AIDS. Questo invito si basava sulla consapevolezza di come il sottosviluppo di gran parte del sud globale fosse dovuto al trasferimento di ricchezza e risorse, attraverso il colonialismo e l’imperialismo, a favore di uno “sviluppo eccessivo” nel nord globale. Per riuscire a sconfiggere l’AIDS, i popoli del sud del mondo vevano bisogno di più ricchezza e risorse, e queste dovevano provenire dai paesi più ricchi del “nord globale”. Sebbene queste campagne abbiano avuto solo un impatto limitato, hanno indicato una direzione molto importante.

Nell’attuale pandemia la situazione è un po’ diversa, e anche se la Cina ha affrontato i primi attacchi di questo virus, Cina e Cuba sono ora gli unici paesi al mondo che sembrano avere le capacità e le risorse per aiutare le persone in Iran, Italia, Iraq, Venezuela, Nicaragua e altri paesi. Possiamo effettivamente vedere come il capitalismo neoliberista e la sua lacerazione dei programmi sociali, delle relazioni sociali e della sanità abbia indebolito la capacità di paesi come gli Stati Uniti e molti paesi in Europa di rispondere a questa pandemia. Allo stesso tempo le forme di colonialismo, neocolonialismo e imperialismo continuano a causare importanti forme di “sottosviluppo” nella maggior parte del “sud globale”, mentre è urgente e necessario il trasferimento di risorse, ricchezza e competenze.

Un’altra questione importante ora è anche porre fine alle sanzioni contro l’Iran e il Venezuela, che stanno rendendo molto più difficile per queste società rispondere a questa pandemia. Le sanzioni contro Cuba in realtà rendono più difficile per gli altri paesi poter utilizzare l’esperienza medica che Cuba ha acquisito. Queste sanzioni devono cessare. Anche lo stato israeliano, con le limitazioni che impone a ciò che può entrare a Gaza e nei territori occupati, sta rendendo più difficile per i palestinesi sopravvivere a questa pandemia. Lo stato israeliano deve far entrare aiuti e assistenza e non lasciare che i palestinesi muoiano.

Problemi di distanziamento e isolamento

Le soluzioni proposte per fermare la diffusione del coronavirus, come il “distanziamento sociale” assolutamente necessario (che dovrebbe essere chiamato distanziamento spaziale o fisico) e l'”isolamento sociale” (che deve essere chiamato isolamento spaziale o fisico) possono essere affrontati in un modo molto individualista. Coloro che dispongono di molte risorse materiali sono in grado di aderire a queste soluzioni molto più facilmente di altri e ci sono importanti implicazioni di classe e di razzializzazione. Queste misure possono anche facilitare l’isolamento e la depressione e aggravare i problemi di salute mentale nelle persone che hanno bisogno di contatti sociali quotidiani. L'”isolamento sociale” con partner violenti può intensificare i problemi di violenza domestica e violenza contro le donne, e dobbiamo sviluppare modi per rispondere a questo scenario. Dobbiamo anche riconoscere che  nel “distanziamento” e nell’isolamento è implicata una grande quantità di lavoro/attività, che deve essere riconosciuta e supportata. Dobbiamo fornire tanto sostegno sociale e solidarietà per questo “allontanamento”, e chiarire che si tratta di una risposta necessaria, sociale e collettiva. In questo senso, dobbiamo vederlo come l’opposto di una risposta individualistica, e concepirlo piuttosto come una nostra responsabilità sociale e comunitaria. Dobbiamo prenderci cura costantemente delle persone per mezzo di telefono, e-mail, facetime e altri social media. Dobbiamo assicurarci che le persone siano in grado di fare la spesa e di procurarsi tutto ciò di cui hanno bisogno. Abbiamo bisogno di solidarietà sociale e aiuto reciproco e dobbiamo facilitare le reti in grado di raggiungere questo obiettivo. Le scene dall’Italia, dal Libano e da altri luoghi in cui la gente canta per e con gli altri dai balconi sono un esempio stimolante di ciò che è possibile e di cui abbiamo davvero bisogno. Dobbiamo costantemente ricordare a noi stessi che siamo tutt* impegnati in pratiche collettive di sopravvivenza e trovare gioia, gioco e piacere ovunque e ogni volta che possiamo farlo.

Opporsi alla dissoluzione delle nostre lotte e movimenti sociali e resistere all’organizzazione sociale dell’oblio: tornare in strada quando possiamo.

Dall’alto usano il “distanziamento sociale” e il divieto di incontri pubblici nelle strade per tentare di dissolvere le nostre lotte e i movimenti pubblici. Nella crisi dell’AIDS abbiamo resistito ai loro tentativi di farci così sopraffare dal dolore da non poter continuare le nostre lotte collettive. Abbiamo resistito a questo attraverso la mobilitazione politica di rabbia e dolore, incluso lo sviluppo di “funerali politici”. Ma durante la crisi dell’AIDS eravamo ancora in grado di esprimere pubblicamente la nostra risposta sociale e collettiva e il nostro potere dal basso in azioni dirette. In questa pandemia non possiamo più farlo.

Quelli al potere stanno tentando di usare questa pandemia per dissolvere le nostre lotte sociali e per promuovere i loro interessi di classe e razziali. L’ondata di dichiarazioni di stati di emergenza, sebbene necessaria in modi diversi e importanti, può anche dare alle agenzie statali poteri che possono poi essere usati contro di noi collettivamente e individualmente. Dobbiamo ricordare come la legislazione sulla quarantena è stata utilizzata contro le comunità di persone più colpite dalla crisi dell’AIDS negli anni ’80 e ’90.

Questa smobilitazione della lotta è molto chiara per quanto riguarda la lotta di Wet’suwet’en per la sovranità e contro gli oleodotti e i “campi di lavoro”, nelle principali lotte degli insegnanti in Ontario, e forse più chiaramente nella sospensione della mobilitazione contro la riforma pensionistica neoliberale e delle continue lotte dei Gilé Gialli in Francia. Dobbiamo continuare queste lotte, anche se si usano nuove tattiche. Ad esempio, la Settimana israeliana dell’apartheid (una settimana globale di educazione e azione pro-palestinese) ha dovuto annullare e posticipare molti eventi e questa settimana viene mantenuta viva tramite i social media. La lotta di Wet’suwet’en continua via telefono e via social media così come l’educazione popolare in modo più sparso.

Abbiamo bisogno che queste lotte siano mantenute vive nei vari modi in cui possiamo, e dobbiamo usare anche questo periodo di pandemia per fare quanta più educazione popolare possibile su queste e sulle altre lotte. Ciò significa utilizzare i social media come terreno di lotta, riconoscendo allo stesso tempo i loro limiti, incluso il fatto che non tutt* hanno accesso ad essi  – e misure come la chiusura delle biblioteche limiteranno ulteriormente l’accesso ad essi. Dobbiamo usare Internet e i social media il più possibile come terreno per ricordare e per l’analisi sociale e critica. Non dobbiamo permettere loro di farci dimenticare le lotte in cui eravamo impegnati prima di questa pandemia, né ciò che impareremo dalla sopravvivenza dopo, quanto alla necessità di una trasformazione sociale radicale e di liberarci dal capitalismo neoliberista.  Quando la situazione lo consentirà di nuovo, dobbiamo tornare in strada e nelle grandi assemblee pubbliche per continuare, intensificare e collegare le nostre lotte per la giustizia e la dignità con la saggezza acquisita da ciò che avremo imparato sopravvivendo a questa crisi.

Gary Kinsman è stato uno dei primi tre lavoratori dell’AIDS Committee di Toronto, un membro dell’AIDS ACTION NOW!, Newfoundland AIDS Association, the Valley AIDS Concern Group in Nova Scotia, e ora l’AIDS Activist History Project (https://aidsactivisthistory.ca/).. È anche autore di The Regulation of Desire e coautore di The Canadian War on Queers. Il suo sito Web è: https://radicalnoise.ca/

  Elenco dei riferimenti bibliografici e delle risorse

The AIDS Activist History Project, https://aidsactivisthistory.ca/

ACT UP (NYC) and AIDS ACTION NOW! (Toronto) The Montreal Manifesto, . https://aidsactivisthistory.omeka.net/items/show/67

Richard Berkowitz and Michael Callen, How to Have Sex in an Epidemic: One Approach, News From the Front Publications, 1983.

Mike Davis, “In a Plague Year,” Jacobin, 03,14,2020, https://jacobinmag.com/2020/03/mike-davis-coronavirus-outbreak-capitalism-left-international-solidarity

Nick Dyer-Witheford, Cyber-Marx: Cycles and Circuits of  Struggle in High-Technology Capitalism, Champaign, Illinois: University of Illinois Press, 1999.  

Michel Foucault, History of Sexuality: Volume One, An Introduction, New York: Vintage, 1980.

Gary Kinsman, The Regulation of Desire: Homo and Hetero Sexualities, Montreal: Black Rose, 1996.

Gary Kinsman, “Managing AIDS Organizing: ‘Consultation,’ ‘Partnership,’ and Responsibility’ As Strategies of Regulation,” in the second edition of William Carrol, ed., Organizing Dissent: Contemporary Social Movements in Theory and Practice, (Toronto: Garamond, 1997), pp. 213-239.

Gary Kinsman, “AIDS Activism: Remembering Resistance versus Socially Organized Forgetting,” in Suzanne Hindmarch, Michael Orsini, and Marilou Gagnon, eds., Seeing Red, HIV/AIDS and Public Policy in Canada, Toronto: University of Toronto Press, 2018, pp. 311-333.

Gary Kinsman and Patrizia Gentile, The Canadian War on Queers, National Security as Sexual Regulation, Vancouver: University of British Columbia Press, 2010.

Eric Mykhalovskiy, and George W. Smith, Hooking up to social services: A report on the barriers people living with HIV/AIDS face assessing social services. Toronto, ON: Community AIDS Treatment Information Exchange, 1994. .

Ontario Coalition Against Poverty, “Rapid & Dramatic Shelter and Drop-in Expansion Necessary,” March 18. 2020,  https://ocap.ca/covid-19-homeless-response/

Cindy Patton, Sex and Germs: The Politics of AIDS, Montreal: Black Rose, 1986.

Cindy Patton, Inventing AIDS, New York and London: Routledge, 1990.

Panagiotis Sotiris, “Is a Democratic Biopolitics Possible,” The Bullet, March 14, 2020, at: https://socialistproject.ca/2020/03/is-a-democratic-biopolitics-possible/#more

Resources for Mutual AID.

Montreal COVID-19 Mutual Aid Mobilization 

CareMongering Toronto

Vancouver COVID-19 Coming Together

CareMongering Hamilton

CareMongering Halifax

CareMongering Kingston

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