LE FROCIE LO SANNO DA CHE PARTE STARE: NO PRIDE IN GENOCIDE, FREE PALESTINE!
Concentramento ai Giardini Margherita alle 16:00. Partenza corteo alle 17:00 circa. Arrivo al Parco della Montagnola con interventi politici e artistici dal palco all’interno del parco fino alle 23:30 circa.

Scendere in piazza per il pride nel 2026, in uno scenario di guerra, genocidio, crisi economica e avanzata delle forze reazionarie, significa prima di tutto opporsi al sempre maggiore isolamento delle persone, all’atomizzazione delle lotte e alla repressione di tutte le forme di libera manifestazione del dissenso.
Come movimento LGBTQIA+ e transfemminista crediamo nel pride come forma più alta di presa di parola queer e quest’anno vogliamo usarla per dire che, nonostante i molteplici tentativi organizzati di cancellare le nostre esistenze come trans e frocie, di ingabbiarci nei ruoli di genere, di bandire le nostre identità dagli ambienti della scuola e della conoscenza, o di strumentalizzare le nostre istanze in chiave razzista, noi continuiamo ad esistere e ad organizzarci.
L’attuale governo ha dichiarato fuorilegge le famiglie con due padri, sta smantellando l’accesso alla salute per le persone transgender, con un attacco feroce contro le persone minorenni, e ha vietato l’educazione alle differenze in tutte le scuole fino alla secondaria.
Contemporaneamente porta avanti una politica ossessivamente incentrata sulla sicurezza (con l’approvazione di 5 provvedimenti sul tema), mirata a restringere la libertà di protestare queste ed altre misure, tra cui tagli alla sanità e al welfare, in un contesto di forte tensione politica e sociale.
Questo governo è inoltre complice del genocidio in atto a Gaza da più di 2 anni, la manifestazione ultima di un processo di pulizia etnica cominciato sin da prima della Nakba nel 1948, ed è totalmente schierato con le posizioni del sionismo, foraggiando la guerra contro Palestina, Libano e Iran attraverso la vendita illegale di armi ad Israele.
A livello internazionale, l’avanzata delle destre è ormai un fatto compiuto e non più un’oscura prospettiva, mentre la guerra è ormai un fatto quotidiano e non più un evento. I super ricchi e i potenti della terra agiscono i loro interessi economici e geopolitici in sprezzo ai popoli e al loro diritto di autodeterminarsi.
NO PRIDE IN GENOCIDE, FREE PALESTINE!
Rifiutiamo il pinkwashing di Israele e stiamo dalla parte di tutti i popoli oppressi
Lo scorso autunno è iniziato con delle mobilitazioni e degli scioperi generali nazionali a sostegno della Palestina che hanno visto una partecipazione mai registrata prima in Italia: circa tre milioni di persone aderenti e scioperanti, milioni di persone nelle piazze del Paese intero che hanno immobilizzato i principali nodi della logistica e dei trasporti, manifestazioni e blocchi in città dove organizzare anche soltanto un presidio sembrava impossibile.
A Bologna siamo scesə in strada in più di centomila il 22 settembre 2025, al primo sciopero generale, e in ancor più al secondo sciopero del 3 ottobre 2025. In quelle giornate ha preso forma concreta quello che in Italia è stato il movimento del “Blocchiamo tutto”, che ha dispiegato la sua potenza collettiva sotto la spinta di una Palestina globale. Questo movimento ha mosso singolə e collettività molto diversə tra loro, ma unitə nella lotta al fianco della resistenza palestinese e del suo popolo, come equipaggi di terra e di mare. Abbiamo voluto e vogliamo continuare a interrompere la macchina bellica sionista e statunitense e l’economia di guerra che la supporta a livello internazionale: chiediamo la fine di tutte le collaborazioni economiche, militari e accademiche con lo stato coloniale israeliano.
In questo movimento, come persone LGBTQIA+, ci siamo statə dall’inizio, e per diversi motivi. Parte della legittimazione della propaganda sionista, in Europa e a livello globale, avviene attraverso il pinkwashing che lo stato d’occupazione “israeliano” promuove a livello culturale, sociale e politico: un’infima strategia neocoloniale che “Israele” usa per autocelebrarsi, falsamente, come “unico sostenitore dei diritti civili delle persone queer in Medio Oriente” mentre da quasi tre anni continua l’operazione di genocidio verso il popolo palestinese, portando il progetto sionista allo stadio più infame della sua violenza, che dura da più di cento anni e da ancor prima della Nakba del 1948.
Giustificare il genocidio e la colonizzazione con il fatto che chi li compie sarebbe più aperto alle libertà sessuali rispetto al popolo che sta sterminando è mostruoso, e putroppo è l’espressione estrema di una cultura islamofobica diffusa anche qui in Europa, con cui sono state giustificate tante altre guerre coloniali e imperialiste.
“Bloccare tutto” per noi frocie ha significato anche cercare di bloccare la propaganda di uno stato genocidiario che cerca legittimità della sua esistenza attraverso i nostri corpi, alimentando razzismo e islamofobia, esibendo bandiere rainbow sulle macerie di Gaza mentre dall’altro lato perserguita le persone queer palestinesi, targhettizzandole tramite le app d’incontri per poi ricattarle con la minaccia di outing. Non in nostro nome.
Ha significato inoltre, letteralmente, bloccare i flussi di un’economia di guerra che sta portando il capitalismo al suo stadio più predatorio, in cui profitti e ricchezze vengono accumulati attraverso genocidi, biocidi, devastazione, saccheggiamenti e colonizzazione di interi territori, compravendita di armi e sviluppo di sistemi di sicurezza e sorveglianza volti a un sempre maggiore controllo sociale, mentre la sanità, l’istruzione, i servizi, gli stipendi e le pensioni vengono tagliati.
Le grandi corporations e i potenti del capitalismo globale, Trump in testa, non fingono nemmeno più di voler “includere” le minoranze di genere: dalla retorica neoliberale e democratico-umanitaria che ci hanno propinato per alcuni anni (e che è sempre stata un’utile copertura per nascondere le bombe e l’assoggettamento neocoloniale) sono passati a un sovranismo fascista che non ha neanche più bisogno di mascherarsi, né di tingere i loghi delle multinazionali di arcobaleno per un mese all’anno; si afferma ora così com’è, perché è esattamente così che guadagna consenso, nel pieno della sua brutalità.
Noi rifiutiamo la logica per cui solo nella cultura bianca e occidentale troveremo la nostra emancipazione: non dimentichiamo che è stata proprio la presunta “civiltà” occidentale che oggi si propone di proteggerci a rinchiudere le persone LGBTQIA+ nei campi di concentramento, a sbatterci nelle patrie galere con l’accusa di sodomia e pedofilia, a ghettizzarci nella notte e a usare le forze dell’ordine per reprimerci, oltre che ad esportare il binarismo di genere e la violenza omolesbobitransfobica in tutti i luoghi della terra che ha colonizzato, distruggendo culture locali che erano in alcuni casi tradizionalmente molto più aperte alla fluidità sessuale e di genere.
LIBERE DI TRANSITARE TRA I GENERI, LIBERE DALLA VIOLENZA DI GENERE
Contro ogni tentativo di cancellazione: accesso alla salute, educazione alle differenze, autodeterminazione
Le persone trans* sono oggetto di una violenza sistemica e strutturale: la nostra identità viene patologizzata, le nostre scelte mediche e di vita ostacolate, la nostra autodeterminazione negata. Siamo accusatə di rappresentare un pericolo per donne e bambinə da quegli stessi uomini che coprono stupri, abusi e violenza domestica, e che costringono le persone minorenni a vivere con padri violenti nel nome della “bigenitorialità”.
La campagna meloniana contro le identità trans non si è mai fermata. Dopo l’attacco al Careggi, in parlamento è ora in discussione il disegno di legge Schillaci-Roccella che restringe l’accesso ai farmaci sospensivi della pubertà per le persone transgender e gender variant minorenni.
È recentissima l’approvazione della legge Valditara, che rende più difficile per chi studia avere accesso a progetti di educazione sessuo-affettiva, di prevenzione dell’omolesbobitransfobia e della violenza di genere nelle scuole, sottoponendoli al consenso dei genitori nelle scuole secondarie di primo e secondo grado e vietandoli del tutto nelle scuole dell’infanzia e primaria. Questo avrà come conseguenza una marginalizzazione ulteriore di quell3 adolescenti che provengono da contesti familiari chiusi, bigotti e/o abusanti. Le giovani persone LGBTQIA+, e in particolare le persone trans e non binarie, vedranno restringersi ulteriormente gli spazi di riconoscimento, autodeterminazione e tutela all’interno dei contesti educativi.
Trasformare affettività, sessualità e consenso in argomenti “sospetti” significa privare le nuove generazioni degli strumenti necessari per comprendere sé stesse, costruire relazioni libere e riconoscere la violenza quando si manifesta. La scuola è sotto attacco perché le destre reazionarie sanno benissimo che l’educazione e la cultura sono dei campi di conflitto storici per la produzione di coscienze critiche e per la messa in discussione dello status quo; la scuola è sotto attacco perché l’educazione produce emancipazione e informazione per chi non può trovarla tra le mura di casa, perché si vuole impedire che sia luogo di decostruzione degli ideali patriarcali, ciseternormativi ed eurocentrici che permeano la nostra società attuale.
Questo governo, godendo della peculiarità di avere una donna fascista come massima esponente, traduce le politiche di genere in femonazionalismo spicciolo e punitivismo diffuso: lo abbiamo visto con la proposta firmata Meloni, lo scorso anno, del “Ddl femminicidio”, che impone il carcere a vita per gli autori di femminicidio, trattando un fenomeno sistemico come un problema individuale e rafforzando l’immagine del singolo uomo mostro, perché la sistematicità della violenza patriarcale non solo non viene combattuta da questo governo ma anzi perpetrata con tutte le sue scelte politiche, che non fanno altro che alimentare la cultura e i rapporti di potere fra i generi che sostengono e permettono il femminicidio. Lo abbiamo visto con il “Ddl Bongiorno”, di mano leghista, che normalizza e istituzionalizza la cultura dello stupro e sottopone lə survivors alla vittimizzazione secondaria nelle aule di tribunale.
Lo abbiamo visto anche con il decreto Caivano e l’istituzione delle zone rosse, che risponde con maggior repressione a problemi che non sono di ordine pubblico ma che hanno radice nel disagio sociale diffuso, prodotto dall’ingiustizia sociale e dall’abbandono organizzato delle periferie e delle soggettività che le abitano.
LA SALUTE È UN DIRITTO PER TUTT3 O NON LO È PER NESSUN3
Vogliamo la PreP sicura e accessibile per tuttə: la salute pubblica non può essere un lusso
Mentre si ostacolano percorsi educativi che fornirebbero strumenti concreti per comprendere l’affettività, la sessualità, la conoscenza e la prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili, si alimenta una narrazione moralizzante che considera l’educazione sessuale un pericolo ideologico anziché uno strumento di autodeterminazione.
Non è un caso che, parallelamente ai tentativi di controllo sociale tramite disegni di legge, assistiamo al ritorno di un linguaggio stigmatizzante e allarmistico sulla salute sessuale. L’aumento di infezioni batteriche sessualmente trasmissibili registrato dall’ECDC (European Centre for Disease Prevention and Control) continua, proprio in queste settimane, a essere raccontato dai media e dalle istituzioni attraverso registri emergenziali che evocano le retoriche degli anni Ottanta e Novanta durante la crisi dell’AIDS: registri che spostano l’attenzione dalle responsabilità politiche e istituzionali alla colpevolizzazione individuale.
Come comunità LGBTQIA+ abbiamo affrontato unit3 l’epidemia di HIV, costruendo dal basso pratiche di cura e mutualismo queer. Le conquiste che abbiamo ottenuto tramite le lotte in passato non sono state una concessione, ma il risultato della capacità dei movimenti di imporre la propria presenza e rendere visibili bisogni che lo stato non riusciva o non voleva affrontare. Dalla nostra forza collettiva sono nati i primi checkpoint: spazi creati dalla comunità, per la comunità.
Eppure, già con il percorso di riassestamento del welfare iniziato tra gli anni ’80 e ’90, le cosiddette associazioni di volontariato sono state costrette ad appiattirsi sempre di più sull’erogazione di servizi, richiesti sempre di più in una funzione riparatrice -quando non apertamente sostitutiva- rispetto alle responsabilità pubbliche. Questo avviene mentre, sia a livello locale che nazionale, l’accesso alla PrEP viene progressivamente ostacolato dall’assenza di investimenti adeguati e dalla crisi dei servizi sanitari.
La PrEP è ad oggi uno degli strumenti più efficaci di prevenzione dell’HIV. Nonostante ciò, anche nel 2026, la sua diffusione continua a essere segnata da disparità geografiche e di genere, specialmente nel divario tra nord e sud, che nella salute sessuale si mostra in tutta la sua ferocia. In un paese che continua ogni anno a segnalare circa il 60% di diagnosi tardive relative all’HIV, questi ostacoli non sono più accettabili.
E mentre le maglie di un sistema sanitario fondato sul principio della salute come diritto universale continuano a sfaldarsi, assistiamo parallelamente – in continuità con le derive reazionarie delle politiche trumpiane oltreoceano – a un processo sempre più esplicito di delegittimazione dei saperi critici e scientifici. Per questo siamo molto preoccupatə degli attacchi a otto medicə infettivologə di Ravenna che non hanno autorizzato la detenzione in CPR di alcune persone migranti in condizioni di salute precarie. Attacchi che si sono concretizzati addirittura nell’avvio di un procedimento penale per falso ideologico e alla sospensione dalla loro funzione: il diritto alla salute e l’etica della deontollogia medica non possono essere subordinati e assoggettati al volere politico di un governo fascista che parla di remigrazione, “sostituzione etnica” e “maranza”, istituzionalizzando di fatto un razzismo sistemico che stringe sempre più i confini e le possibilità di arrivare in sicurezza nelle rotte migratorie.
Vogliamo una sanità pubblica universale, gratuita e accessibile, investimenti strutturali che tengano conto del benessere bio-psico-sociale specifico di ogni fascia di popolazione, un sistema di welfare capace di rispondere alle esigenze medico-sanitarie di tuttə: nessun fondo per il riarmo, nessuna complicità con guerra e genocidio!
PER TUTTE LE RELAZIONI, PER TUTTE LE FAMIGLIE
Vogliamo il riconoscimento di tutte le forme di famiglia oltre la coppia eterosessuale
La famiglia nucleare basata sul matrimonio e sulla biologia come unico punto di riferimento è un modello sempre meno diffuso anche fra le persone eterosessuali: partner, ex partner, genitori biologici e non biologici, reti di amicə fanno famiglia e si scambiano assistenza morale e materiale ogni giorno. Questo è sotto gli occhi di tuttə ed è ormai una necessità legata anche alla situazione demografica e alla realtà delle diaspore.
Nonostante questo, o forse proprio per questo, la destra reazionaria si accanisce contro le famiglie queer con il “reato universale di GPA”, si veda la legge Varchi, con la criminalizzazione dell’omogenitorialità, ma anche con l’abbandono e la criminalizzazione silenziosa delle famiglie non bianche, “diverse”, povere e con la promozione di un modello di maternità bianco, borghese e sessista.
La legge Varchi è incostituzionale e violenta, ma noi non ci pieghiamo: rivendichiamo con orgoglio ogni forma di legame e ogni modo di praticare la cura. Accogliamo positivamente la sentenza della Corte Costituzionale che ha riconosciuto il diritto di entrambe le madri a riconoscere lə propriə figliə, ma non basta. Vogliamo un welfare davvero inclusivo, che riconosca e sostenga tutte le famiglie – queer, single, poliamorose, scelte, solidali – e che garantisca a tuttə le condizioni materiali per vivere.
Vogliamo una legge sul matrimonio egualitario e il riconoscimento alla nascita per tuttə lə figliə delle famiglie omogenitoriali.
Vogliamo la cancellazione della legge Varchi e l’apertura di un dibattito serio, informato e rispettoso sulla gestazione per altrə, che possa condurre alla definizione di un quadro normativo capace di garantire percorsi etici, solidali e pienamente rispettosi dei diritti di tutte le persone coinvolte.
Rivendichiamo l’accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita per tutte le coppie di donne e per le donne single, affinché non siano più costrette a ricorrere a percorsi all’estero, affrontando costi economici insostenibili e profonde fatiche emotive.
Chiediamo con determinazione una riforma della legge sulle adozioni, che riconosca pienamente la capacità genitoriale delle famiglie omogenitoriali, delle persone single e delle famiglie queer ponendole finalmente sullo stesso piano delle famiglie eteroaffettive.
NON VOGLIAMO SALVARE IL PIANETA SE RESTA QUELLO CHE È ADESSO
Respingiamo la politica della paura di questo governo: no allo stato di polizia contro chi manifesta
Vogliamo parlare anche di casa, lavoro e giustizia climatica. A Bologna, le politiche di gentrificazione stanno espellendo le soggettività LGBTQIA+, precarie e migranti. L’aumento dei prezzi, la gentrificazione, la turistificazione e la precarizzazione ci impediscono di costruire una vita libera e degna. Non c’è nulla di progressista in una città che si dipinge arcobaleno solo nelle vetrine del centro, ma che reprime i movimenti, svende gli spazi, e affoga nella cementificazione. Non c’è ecologismo senza giustizia sociale.
Il Pride attraversa la città anche contro ogni politica autoritaria e securitaria: i Decreti Sicurezza, che nell’ultimo anno hanno stretto sempre più le maglie della repressione, sono l’ennesimo strumento per reprimere la povertà, stigmatizzare lə migranti, militarizzare i territori, riempire centri di detenzione come carceri e CPR, e costituiscono un gravissimo attacco alla libertà di espressione e di protesta. È diventato addirittura possibile portare le persone in questura prima ancora che commettano un eventuale reato, semplicemente sulla base di un sospetto da parte delle forze dell’ordine (che spesso si traduce in una targhettizzazione delle soggettività razzializzate e/o non conformi) e trattenerle per impedire che partecipino a una manifestazione. Questa norma si pone manifestamente in contrasto con le tutele fondamentali previste della nostra costituzione, sconfessando la presunzione di innocenza e il principio secondo il quale non si possa limitare la libertà di una persona semplicemente in quanto tale.
A chi costruisce carceri invece di scuole, a chi sgombera case occupate e devasta le lotte sociali, rispondiamo con la nostra presenza organizzata, radicale, determinata.
Sappiamo che l’offensiva della destra è resa possibile anche dal vuoto lasciato da chi, prima, ha governato senza mai garantire diritti e dignità. Le nostre vite non sono terreno di compromesso parlamentare. Non vogliamo rappresentanti politici a parlare per noi. Alle istituzioni locali diciamo chiaramente: se volete essere alleate, sostenete le nostre lotte con spazi, risorse e autonomia. Niente di meno.