Omonazionalismo. Civiltà prodotto tipico italiano?

Allora c’erano le celebrazioni per i 150 dell’unità d’Italia e i manifesti dell’Europride con il parmigiano reggiano, il prosciutto di Parma e la scritta “Civiltà prodotto tipico italiano”. Oggi la coppia lesbica e la coppia gay che si sorridono teneramente sotto le lenzuola tricolore nei manifesti della campagna “Svegliati Italia”.
Con il permesso delle autrici e delle curatrici, abbiamo deciso di ripubblicare la voce “Omonazionalismo. Civiltà prodotto tipico italiano?!” di Barbara De Vivo e Suzanne Dufour, uscito nel 2012 nel volume Femministe a Parole. Grovigli da districare a cura di Sabrina Marchetti, Jamila M. H. Mascat e Vincenza Perilli (lo trovate di seguito). Man mano abbiamo intenzione di ripubblicare anche altri documenti e interventi prodotti nello stesso periodo da Facciamo Breccia (Conferenza “Fuori e dentro le democrazie sessuali”, e la traduzione di Gay imperialism).
Stiamo lavorando ad un testo che metta insieme, approfondisca e arricchisca i vari pezzi di analisi e le azioni che abbiamo realizzato in questi anni (e in particolare negli ultimi mesi nel corso della mobilitazione #moltopiùdicirinnà) per contrastare l’omonazionalismo in salsa italiana.
Una delle tante cose che ci hanno disturbato e preoccupato del dibattito per l’approvazione del ddl Cirinnà al Senato, infatti, sono stati gli appelli alla civiltà, al progresso e all’appartenenza nazionale.

Per questo abbiamo ribadito con forza, nei nostri documenti, nelle assemblee e soprattutto nelle piazze a Roma (1, 2), a Bologna, a Milano, che chiediamo diritti a nome nostro, in nome dei nostri bisogni e della giustizia sociale e non in nome di concetti – la civiltà, il progresso, l’Europa – che troppo spesso vengono usati per giustificare politiche razziste e islamofobiche.
Da un lato, infatti, questi appelli alla civiltà tolgono protagonismo alle soggettività lgbti e froce, come se la vera posta in gioco, ciò che davvero conta e che rende urgente l’approvazione di una legge sulle unioni civili, non fossero le nostre vite e i nostri diritti, ma la reputazione dell’Italia, la necessità di assicurarsi un posto fra i paesi perbene, di stare al passo coi tempi, di “stare in Europa”.
Dall’altro, si cerca di costruire un’immagine del Nord del mondo come aperto, libero e progredito in contrapposizione a un Sud arretrato, tradizionale e irrimediabilmente sessista e omofobo, con l’Italia che cerca faticosamente di stare nel primo, ma rischia di continuo di scadere nel secondo… E abbiamo visto in mille occasioni come questa rappresentazione serva a fomentare il razzismo anti-islamico e a giustificare politiche di respingimento, discriminazione e criminalizzazione di migranti e rifugiati. Tra l’altro, permettendo di rappresentare il sessismo e l’omofobia come problemi che vengono “da fuori”, opera di culture “altre”, e di occultare le responsabilità interne.
Ci sembra che questo micidiale macchinario discorsivo civiltà vs. inciviltà, progresso vs. arretratezza, Occidente vs. Islam, Europa vs. Africa, stia stata utilizzata su vari fronti nel nostro paese e sempre in direzioni che non ci piacciono: per giustificare implicitamente il razzismo e per occultare le radici nostrane del sessismo e dell’omofobia, come abbiamo detto, ma anche per far passare le politiche di austerity e precarizzazione del mercato del lavoro come necessità ineludibili del progresso, spesso appoggiandosi anche a un certo tipo di razzismo interno antimeridionale.
Approfondiremo questi temi. Per il momento, buona lettura di…

OMONAZIONALISMO Civiltà prodotto tipico italiano?

di Barbara De Vivo e Suzanne Dufour

in Femministe a parole. Grovigli da districare, a cura di Sabrina Marchetti, Jamila Mascat e Vincenza Perilli, Ediesse, Roma, 2012.

Si può essere gay, lesbiche, bisessuali, trans, queer, intersex e razzist*? Si può essere soggetti sociali che – in virtù della propria sessualità – destabilizzano gli immaginari nazionali, e allo stesso tempo sostenere consapevolmente o meno le politiche e gli immaginari nazionalisti, razzisti e securitari?
Lo scorso anno [n.d.r. l’articolo è del 2012] la comunità lgbtiq francese è stata attraversata da un serrato dibattito riguardo al manifesto ufficiale del Pride di Parigi commissionato dall’Inter-Lgbt, una rete di associazioni mainstream. Il manifesto – ritirato in seguito al dibattito – raffigurava un gallo bianco ornato da un boa di struzzo rosso su fondo blu, accompagnato dallo slogan: «Per l’uguaglianza: nel 2011 manifesto, nel 2012 voto» (1). Come sostiene il collettivo LOCS – Lesbiennes of Color nel comunicato BASTA, le racisme et la xénophobie au nom de la lutte contre l’homophobie!, il manifesto era pienamente in linea con il razzismo di Stato, il patriottismo, il nazionalismo e il rilancio del dibattito sull’identità nazionale francese in chiave anti-islam, anti-rom e anti-immigrati e stabiliva, dunque, una compatibilità tra omosessualità, nazione e supremazia della bianchezza francese (2). Il gallo, oltre ad essere un simbolo di orgoglio virilista, è infatti il simbolo della nazione francese, richiama l’identità etnica gallica e bianca, ed è stato spesso usato dal Fronte Nazionale per le sue campagne contro l’immigrazione e la religione musulmana.
Il caso della Francia si inserisce all’interno di un fenomeno transnazionale più ampio: la riconfigurazione di genere, razza, classe, sessualità e nazione nel contesto postcoloniale che vede i Pride e le comunità lgbtiq protagonisti di eventi e pratiche definite omonazionaliste (3).
Il termine omonazionalismo, dall’inglese homonationalism, è stato coniato dalla studiosa Jasbir K. Puar nel suo libro Terrorist assemblages. Homonationalism in queer times (2007) per identificare «l’inclusione dell’omosessualità nella nazione», «l’omonormatività nazionale», «l’omosessualità nazionale», «i patrioti omosessuali», «il nazionalismo omosessuale» (Puar, 2007, pp. 1- 4).
La creazione di questo termine, nell’analisi di Puar, si giustifica all’interno della nuova configurazione del nazionalismo e del patriottismo statunitense post 11 settembre e dunque nel nuovo scenario di conquista imperialista in Medio Oriente. La tesi centrale di Puar è che in questo contesto di «lotta al terrorismo», di crescente islamofobia e di costruzione del «nemico arabo/musulmano», l’omosessualità non rappresenti più un pericolo per la stabilità nazionale, ma sia diventata invece una delle componenti regolatrici della coesione della nazione. Secondo Puar l’inclusione dell’omosessualità nella «comunità immaginata» della nazione è stata resa possibile negli Stati Uniti attraverso tre fenomeni profondamente interconnessi: la rappresentazione de «l’eccezionalismo statunitense in materia di sessualità» (U.S. sexual exceptionalism), «la funzione regolatrice della queerness» (queer as regulatory) e «l’ascesa della bianchezza» (the ascendency of whiteness).
Sostiene Puar:

Nel momento in cui lo Stato-nazione statunitense produce narrative di eccezione attraverso la guerra al terrore, deve temporaneamente sospendere la sua comunità immaginata eteronormativa per consolidare il sentimento nazionale ed il consenso attraverso il riconoscimento e l’incorporazione di alcuni, sebbene non tutti o la maggior parte, soggetti omosessuali. […] Attraverso la produzione transnazionale delle corporeità terroriste, i soggetti omosessuali che avevano diritti legali limitati nel contesto civile degli Stati Uniti guadagnano significativa legittimità di rappresentazione una volta situati all’interno della scena globale della guerra al terrore. […] Mettendo in evidenza i circuiti del nazionalismo omosessuale, noto che alcuni soggetti omosessuali sono complici delle formazioni nazionaliste eterosessuali piuttosto che esserne naturalmente o automaticamente esclusi o in opposizione. Inoltre, una forma ancora più insidiosadi eccezionalismo sessuale omosessuale si manifesta nelle messe in scena del nazionalismo statunitense attraverso una prassi che costruisce le «sessualità altre», una prassi che rende «eccezionali» le identità delle omosessuali statunitensi vis-à-vis le costruzioni orientaliste della «sessualità musulmana» (Puar, 2007, pp. 3-4, traduzione nostra).

La forma più evidente di sostegno agli interessi e alle retoriche del nazionalismo da parte di soggetti lgbtiq nello scenario della guerra al terrorismo consiste nel farsi portavoce dell’idea che l’islam sia una religione radicalmente omofoba. In questa cornice la queerness assume una valenza regolatrice e, costruendo i binarismi «musulmano o gay» e «islam vs. omosessualità», stabilisce che questi due posizionamenti sono inconciliabili (Puar, 2007, pp. 19-21). In virtù di tale operazione i soggetti lgbtiq integrabili nell’immaginario della nazione devono essere laici, liberali – è precisamente questo il paradigma attraverso cui viene valutata o contestata l’agency dei soggetti queer e musulmani – (Puar, 2007, p. 13) e in linea con l’ascesa della bianchezza, in maniera tale da confermare la logica oppositiva secondo cui: «l’altro omosessuale è bianco, l’altro razziale è eterosessuale» (Puar, 2007, p. 32).
L’omonazionalismo mantiene perciò una stretta correlazione con le configurazioni del passato coloniale e delle migrazioni postcoloniali in Europa (Puar, 2007, p. 11). Per leggere le dinamiche omonazionaliste in Inghilterra e Germania, Jin Haritaworn, Tamsila Tauqir e Esra Erdem hanno coniato il termine imperialismo gay nel loro saggio «Gay imperialism. Gender and sexuality discourse in the ‘War on terror’» (4). Le dinamiche dell’imperialismo gay sono così configurate:

Nell’attuale contesto islamofobico, ancora una volta i bianchi riescono a identificarsi con i dispensatori di civiltà, modernità e sviluppo globali. Igay e le lesbiche musulmani/e sono […] le vittime simboliche che devono essere liberate dalla loro società barbara e retrograda, con ogni mezzo, inclusa la violenza politica e militare. In questo i gay e le lesbiche musulmani/e stanno condividendo il destino delle donne musulmane, la cui «liberazione», come le femministe post-coloniali hanno a lungo sostenuto, ha fornito la tradizionale giustificazione dell’imperialismo. […] Tutto ciò accade all’interno del Nuovo ordine mondiale. L’Islam e «i musulmani» hanno sostituito il Blocco Orientale e i comunisti nel ruolo dei nemici pubblici planetari. Diversamente dai vecchi nemici, che erano semplicemente di una diversa ideologia politica, la differenza rappresentata dall’Islam è radicata più profondamente nell’immagine di una «cultura» non civilizzata e pre-moderna. La costruzione di una «omofobia musulmana» è centrale nei dibattiti che riguardano la sicurezza e i «valori fondanti» della Nuova Europa. Essa legittima misure repressive anti-terroristiche, attacchi al diritto alla nazionalità, all’educazione e all’immigrazione e lo scioccante smantellamento delle libertà civili a cui stiamo attualmente assistendo. Oltre al terrorismo, il genere e la sessualità sono i terreni su cui vengono combattute le guerre islamofobiche in casa e all’estero. […] Questo riflette una trasformazione delle «identità europee» che oltre alla democrazia ora rivendicano la «parità per le donne» e i «diritti dei gay» come simboli della loro moderna «superiorità» e «civilizzazione». Ciò eleva lo status del genere e della sessualità al rango politico del mainstream. Se da un lato siamo content* di questo sviluppo dall’altro ci sembra fondamentale far notare che alla sua base non c’è tanto un progresso nelle politiche sessuali e di genere quanto un regresso nelle politiche etniche (Haritaworn et al., 2009, pp. 6-7).

E ancora:

Tutto ciò rinsalda invece di scardinare lo stereotipo che l’islam sia la cultura più sessista e omofobica in assoluto. Tutto ciò contribuisce anche a costruire l’immagine di un’Europa o di un Occidente porto sicuro per le donne e i gay e le lesbiche musulmani/e che esso include e protegge dalla violenza delle loro comunità e a cui esso dà la possibilità di far sentire la propria voce. Questo si inscrive in una ideologia neo-liberale che costruisce i paesi meta di immigrazione come liberi da ogni discriminazione e in grado di offrire pari opportunità a tutte/i (Haritaworn et al., 2009, p. 10).

La rappresentazione dell’Occidente «civile» e libero dalle discriminazioni omo-lesbo-trans-fobiche si afferma anche in Italia in un contesto segnato dalla mancata conquista di diritti civili per le persone lgbtiq. Il 2011 è stato un anno particolarmente denso per la configurazione di retoriche omonazionaliste in Italia in occasione di due eventi: i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità nazionale e l’Europride di Roma (5). Il manifesto che segue rende conto in modo esplicito di queste dinamiche.

europride omonazionalista2

Questo manifesto invita a riconsiderare i ruoli attribuiti all’omosessualità e all’omofobia nell’immaginario nazionale. Mettendo in primo piano la familiarità e la tipicità del parmigiano, del vino e del prosciutto, il manifesto ha lo scopo di rendere familiari e addomesticati i corpi delle lesbiche e il loro bacio (6). La performance di classe sociale medio-borghese – incarnata dalla gestualità e dall’abbigliamento – e la bianchezza di questi due corpi indeboliscono l’aspetto «minaccioso» del bacio tra due donne, rendendolo degno della bandiera italiana (7). Se qui l’omofobia e gli omofobi vengono raffigurati come incompatibili con la civiltà e l’italianità, attraverso il vino, il maiale, la bianchezza, la performance di classe, si delineano nuove frontiere, nuovi dentro e fuori nell’immaginario nazionale italiano. L’omosessualità bianca e addomesticata è dentro, mentre fuori restano i soggetti che rappresentano un pericolo per «l’Italia unita contro l’omofobia»: il manifesto non ci sta forse suggerendo che coloro che non mangiano maiale e non bevono vino – ovvero i musulmani – restano fuori dalla «civiltà – prodotto tipico italiano»?
La categoria omonazionalismo permette di analizzare il modo in cui i diritti lgbtiq sono diventati terreno di pericolosa convergenza tra schieramenti politici anche molto distanti tra loro e pone numerosi interrogativi e sfide sia alle lotte che alla ricerca accademica: in che modo le riflessioni postcoloniali modificano i quadri concettuali con cui leggiamo la sessualità? Come sviluppare analisi anti-impe-rialiste, anti-nazionaliste e anti-razziste, nel movimento lgbtiq? In che modo le elaborazioni politiche e teoriche dei/lle queers of colour possono cambiare modalità e agenda politica di un movimento massivamente bianco come quello lgbtiq italiano? Se – come sostengono Haritaworn, Tauqir e Erdem – «il razzismo è […] il veicolo che traghetta gay e femministe bianche nella politica mainstream» (Haritaworn et al., 2009, p. 1) e se la queerness non è più garanzia di sovversione, bisogna allora ripensare e riconfigurare la mappa delle resistenze.

Note
1 Rinviamo a Dell’Omodarme e Rebucini, 2011.
2 espace-locs.fr.
3 Per un’analisi degli avvenimenti relativi alla cancellazione del Pride razzista nell’East End di Londra nella primavera del 2011 si veda Ava Caradonna, 2011. Rinviamo inoltre alla dichiarazione con cui Judith Butler nel giugno 2010 ha rifiutato il premio al coraggio civile attribuitole dal Pride di Berlino  e al discorso di Angela Davis che sostiene il gesto di Butler (video). Una particolare forma di omonazionalismo è il pinkwashing israeliano (www.pinkwatchingisrael.com), per cui rimandiamo all’intervento di Puar, 2011.
4 Questo saggio è costato la censura dell’intero volume di Kunstman e Miyake, Out of place. Interrogating silences in querness/raciality (2008) perché muoveva delle critiche alle politiche omonazionaliste di Peter Tatchell, presidente dell’associazione lgbtiq inglese OutRage!, che si è adoperato per far censurare il libro. L’episodio testimonia dell’ineguale distribuzione del diritto di parola all’interno delle comunità queer transnazionali e ha contribuito a consolidare la supremazia politica dei/lle queer bianchi/ e. Per un’analisi della censura del libro si veda «On the censorship of ‘Gay Imperialism’ and Out of place» (inglese, italiano) e lo special issue di Feminist Legal Studies, vol. XIX, n. 2, 2011.
5 Cfr. De Vivo, 2011. Per un’analisi delle configurazioni contemporanee di genere, razza, classe, sessualità nel contesto italiano rimandiamo ai numerosi materiali audio relativi al convegno Fuori e dentro le democrazie sessuali organizzato da Facciamo breccia a Roma nei giorni 28-29 maggio 2011 [n.d.r. che ripubblicheremo a breve su questo blog]. Si veda inoltre Biagini, 2011 e il comunicato di Facciamo breccia, 2011.
6 Sul tema dell’addomesticamento e della familiarità si veda Sara Ahmed, Queer phenomenology. Orientations, objects, others (2006).
7 Vari materiali politici e di promozione per l’Europride romano proponevano una visione nazionale, bianca ed imperialista dell’identità gay. Lo spot ufficiale dell’evento, ad esempio, richiamava l’Impero romano; si veda il video Europride, 2011. [n.d.r. Qui il volantino diffuso da Smaschieramenti e dalla rete Barattolo Pride all’Europride del 2011]

Bibliografia

Ahmed, Sara (2006), Queer phenomenology. Orientations, objects, others, Duke University Press, Durham.
Ava Caradonna (2011), «Privilegio bianco nelle comunità queer, nazionalismo e neocolonialismo. L’esperienza britannica», intervento tenuto alla conferenza Fuori e dentro le democrazie sessuali organizzata da Facciamo breccia, Roma, 28-29 maggio.*
Biagini, Elena (2011), «Facciamo breccia, la resistenza ai tentativi di formulare le battaglie lgbtiq in modo trasversale. Cittadinanza nazionalista in cambio di diritti? No grazie, non ci interessa», Liberazione, inserto speciale Europride, 5 giugno 2011.
Dark Matter, n. 3, Maggio 2008, http://www.darkmatter101.org/site/category/journal/issues/3-post-colonial-sexuality/
De Vivo, Barbara (2011), «Traiettorie di omonazionalismo in Italia», intervento tenuto alla conferenza Fuori e dentro le democrazie sessuali organizzata da Facciamo breccia, Roma, 28-29 maggio.*
Dell’Omodarme, Marco e Gianfranco Rebucini (2011), «Il canto del gallo bianco. Omonazionalismo e razzismo della comunità lgbtiq francese», intervento tenuto alla conferenza Fuori e dentro le democrazie sessuali organizzata da Facciamo breccia, Roma, 28-29 maggio.*
Feminist legal studies (2011), vol. XIX, n. 2.
Haritaworn, Jin, Tamsila Tauqir e Esra Erdem (2009), «Imperialismo gay: discorsi su genere e sessualità all’epoca della Guerra al terrore», tradotto da Facciamo breccia ; ed. originale «Gay imperialism. Gender and sexuality discourse in the ‘War on terror’», in Adi Kunstman e Esperanza Miyake (a cura di), Out of place. Interrogating silences in querness/raciality (pp. 71-95), Raw Nerve Books, York, 2008.
Kunstman Adi e Miyake Esperanza, (2008), (a cura di), Out of place. Interrogating silences in querness/raciality, Raw Nerve Books, York.
Puar, Jasbir K. (2007), Terrorist assemblages. Homonationalism in queer times, Duke University Press, Durham/Londra.
Puar, Jasbir K. (2011), «Omonazionalismo, Islamofobia e ‘pinkwashing’e i loro sviluppi recenti», intervento tenuto alla conferenza Fuori e dentro le democrazie sessuali organizzata da Facciamo breccia, Roma, 28-29 maggio*

*La registrazione audio della conferenza era disponibile sino a qualche tempo fa sul sito di Facciamo Breccia, che adesso non è più on line. La ripubblicheremo a breve su questo blog. Stay Tuned!

Sitografia
www.decolonizingsexualities.org
www.espace-locs.fr/
nohomonationalism.blogspot.com/
www.pinkwatchingisrael.com/

http://www.darkmatter101.org/site/category/journal/issues/3-post-colonial-sexuality/

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